Sandro Malucchi.
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L'ultima verit sulla morte.
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2021. Eccoci Edizioni.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La crisi economica dell'ultimo decennio spinge Prato e i suoi abitanti verso una mutazione antropologica dai tratti violenti e confusi.
Andrea Solimani, ora socio dell'agenzia investigativa per la quale un tempo lavorava come sbirro privato a nero, alimenta la metamorfosi vivendo da indolente attore non protagonista. Ronde di cittadini a caccia di spacciatori e ladri non lo preoccupano pi di un nuovo amore dal retrogusto fallimentare e di perturbanti accessi d'ansia e frustrazione.
Inaspettatamente, nel respiro freddo e tedioso delle sue giornate, un caso riaffiora dal recente passato. Della morte del suo migliore amico, qualcuno sospetta un omicidio e chiede un'indagine cui non potr sottrarsi.
Questo libro, qualcosa pi di cento pagine che si lasciano leggere d'un fiato, descrive il cambiamento a cui assiste il protagonista. L'investigatore si ritrova a fare i conti con la profonda mutazione sociale, economica e culturale che ha cancellato i vecchi valori per definizione ancorati alla politica di sinistra per sposare quelli sovranisti ritenuti pi capaci di arginare insicurezza e paura. Un romanzo fatto di oscurit perverse, di figure abbrutite dallo sconquasso collettivo, dagli egoismi e dagli intrecci tra politica, affari, speculazioni. Su tutto domina la pioggia che cade copiosa come a voler lavare le coscienze.
L'opera  interamente frutto della fantasia dell'autore. Ogni riferimento a fatti e persone reali  puramente casuale.
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L'AUTORE.
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Sandro Malucchi  sociologo e sindacalista, segretario generale Funzione pubblica Cgil Pistoia-Prato. Nasce nella provincia di Livorno un giorno prima della promulgazione dello Statuto dei lavoratori. Attraversa da bambino gli anni settanta respirando laria della provincia toscana avendo residenza a Grosseto. Successivamente  al seguito della famiglia e abita a Bolzano e a Alessandria per poi avviare la propria carriera universitaria a Trento. Rientra a Firenze occupandosi di salute mentale e arte, scegliendo Prato in un periodo successivo e trovando nella citt laniera loccupazione sindacale e lispirazione per il primo romanzo breve, Il silenzio ostinato dei traditori autoprodotto nel 2015, ripubblicato nel 2021 da Cooperativa Eccoci.
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L'ULTIMA VERITA' SULLA MORTE.
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1. IL GIORNO DELL'ADDIO.
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Mi ero lasciato il pesante cancello dell'ingresso alle spalle e avevo percorso i duecentocinquanta metri del porticato sorretto dalle solide colonne neoclassiche. Le palme lungo il viale, maestose, oscillavano al vento persistente di quella mattina di inizio febbraio. Il cielo terso della citt labronica non emanava luce sufficiente a sgombrare quella plumbea del mio spirito. Il cimitero comunale di Livorno ospitava oltre centonovantamila salme. Da quel giorno, una in pi. Quella del mio amico Lupo. Mi stavo affrettando verso il lato meridionale del complesso monumentale, dove sorgeva il tempio crematorio, senza riuscire ad abbinare un pensiero limpido con un'emozione dolce, un'immagine del passato vissuto con il mio amico con una sensazione che fosse diversa dalla rabbia per la sua scomparsa. L'ampio spazio antistante il tempio era gi stato raggiunto dai compagni del sindacato e dai familiari dell'amico appena scomparso. Responsabile dell'ufficio vertenze della CGIL di Prato, Lupo era morto tre giorni prima a seguito delle complicazioni derivanti da un ciclo chemioterapico a cui non aveva risposto secondo le aspettative, troppo ottimistiche, dei medici. Ero stato indeciso fino all'ultimo momento se partecipare alla cerimonia funebre o lasciarmi andare alla mia solitudine. Scelsi la prima opzione, infine, seppur controvoglia. Il dolore per me era sempre stato un giudice da affrontare senza testimoni ma il senso di colpa per non avere accompagnato il mio amico nell'ultimo viaggio, fino alla soglia del non ritorno e dell'addio collettivo, mi sarebbe stato troppo arduo da affrontare e sostenere. Vidi lentamente il gruppo degli amici di Lupo, e con loro i familiari, avviarsi verso l'interno del tempio crematorio. Affrettai quindi il passo per raggiungerli. Entrai dalla porta del tempio ristrutturato da appena una decina di anni quando, nella sala del commiato, udii scandire con gentile solennit un invito.
"Chiedo silenzio". Il gi greve mormorio accus il monito e il respiro degli ospiti del tempio crematorio si dilegu in un sussurro. Tutto intorno divent pesante, carico di singhiozzi sospesi. "Ora, lasciatemi tranquillo. Ora, abituatevi senza di me".
Individuai nella penombra della sala il vecchio Segretario della Camera del lavoro intento, con un libro tascabile in mano, a dare lettura di quello che doveva essere un commiato laico, celebrato con i versi di Neruda.
"Io chiuder gli occhi e voglio solo cinque cose, cinque radici preferite. Una", sospir senza enfasi, " l'amore senza fine". Fece una pausa e si schiar leggermente la voce. Notai, alla destra del Segretario, il figlio di Lupo abbracciare le spalle gi strette della madre. Il volto della donna sembrava consumato dal livore e dalla sofferenza di un periodo fatto di attese e speranze infine vanificate. Nell'opacit della luce mi parve di intuire l'espressione dell'astio dipingersi sul volto della donna, quasi sessantenne, che prese a sfregarsi la punta del naso con l'indice della destra, quasi volesse invitare tutti a tacere.
"La seconda  vedere l'autunno", continu invece il Segretario cercando di mascherare il proprio accento ligure.
"Non posso vivere senza che le foglie volino e tornino alla terra. La terza  il grave inverno, la pioggia che ho amato, la carezza del fuoco nel freddo silvestre. La quarta cosa  l'estate rotonda come un'anguiu-ria...". Toss e tir su con il naso. Infine si corresse: "come un'anguria".
Chiuse il libro e spost il peso del corpo sulla gamba destra. Si prese una pausa. Alla fine profer: "La quinta cosa sono i tuoi occhi".
Il silenzio continuava a regnare sovrano e l'atmosfera si stava facendo sempre pi surreale. Lo sforzo di sostituire il rito cattolico, collaudato da migliaia di anni su milioni di funerali, si stava trasformando in uno spasimo dove anche il dolore per la perdita sembrava smarrire il senso. Pensai che Lupo non avrebbe apprezzato il definitivo addio celebrato leggendo una poesia. Forse avrebbe preferito il silenzio della fretta nella chiusura di una pratica, magari accompagnata da un paio di bestemmie a corredo, quelle s studiate e scelte per l'occasione, evidentemente l'ultima.
Il Segretario continu girando pagina.
"Ma perch chiedo silenzio non crediate che io muoia. Mi accade tutto il contrario. Accade che sto per vivere. Accade che sono e che continuo". Al Segretario si ruppe la voce in un'improvvisa emozione. Sembrava questa calibrarsi perfettamente con il silenzio che si era fatto attento e profondo, come fosse in attesa che potesse finalmente essere svelato il mistero che ammanta la storia dell'umanit.
"Non sar dunque che dentro di me cresceran cereali". Toss e sembr prepararsi alla chiusura.
"Ma la madre terra  oscura e dentro di me sono oscuro. Sono come un pozzo nelle cui acque la notte lascia le sue stelle e sola prosegue per i campi.  che son vissuto tanto e che altrettanto voglio vivere". Sentii in quel momento la moglie di Lupo cominciare a singhiozzare e il figlio chiamarla con la stessa foga con cui ricordo avere cercato la mia al risveglio da un incubo fanciullo.
Senza imbarazzo e senza mestiere da teatrante, ch la morte infatti ogni professione spazza dal proprio cammino, termin in un fiato.
"Ora, come sempre  presto. La luce vola con le sue api. Lasciatemi solo con il giorno".
I due operai si avvicinarono alla bara posta al centro della stanza, chiusa. Rumoreggiarono con un avvitatore per togliere le placche metalliche dal legno dell'ultimo giaciglio del mio amico e sfilarono con esse le viti. Senza badare a niente che non fosse spingere il carrello su cui era posta la bara, si diressero con poca fatica verso le porte di ingresso del forno dietro le quali i tre scomparvero.
Con la testa vuota e privo di forza se non quella di uscire, abbandonai la sala con tutti i suoi occupanti. Con la stessa rapidit e nello stesso momento in cui Lupo varcava la propria ultima soglia, io attraversavo quella del tempio. Lui verso un altro stato, io immerso ancora in quello che mi ostinavo a chiamare vita.
Solo allora piansi.
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2. LA DOPPIA TRUFFA.
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Il viaggio di ritorno non fu gradevole. Il pensiero ricorrente del fuoco che avvolgeva la bara del mio amico, e con quella il suo corpo, mi aveva tenuto con le mani rabbiosamente serrate al volante e con la mente ingabbiata in pensieri gravosi. La radio ed il lettore CD erano rimasti spenti e con loro anche la ventola del riscaldamento. Percorsi l'autostrada senza fermarmi mai, evitando gli autogrill e accelerando in prossimit delle piazzole di sosta. Uscii al casello di Prato Ovest e piegai verso destra, direzione ospedale vecchio. Il Misericordia e Dolce, nosocomio sostituito dal pi moderno Santo Stefano, aveva servito Prato per secoli ma la politica regionale aveva deciso il suo parziale smantellamento, lasciando il sentimentalismo chiuso nella cassaforte della storia, da cui erano usciti, invece, svariati milioni per un'iniziativa che aveva poco a che fare con la sanit e molto con la speculazione edilizia.
Ero in perfetto orario rispetto al piano. Giunto all'altezza dello scambiatore, un'area di sosta situata nell'immediata periferia del centro cittadino che facilita l'interscambio tra le auto private e il mezzo pubblico, fui colpito da una scena oramai consona alla contemporaneit. Sulla parte destra della carreggiata vidi due uomini spintonare un anziano. Evidentemente proprietari delle due auto parcheggiate frettolosamente ai margini della strada, stavano litigando. Rallentai all'altezza dei tre, mentre il pi giovane, gesticolando vistosamente, indicava ora la fiancata della propria auto, ora il finestrino di quella del conducente anziano. Il quadro che avevo di fronte agli occhi era vergato con tinte che viravano rapidamente verso il cupo e la violenza. La condizione di frustrazione e di angoscia che aveva accompagnato il mio viaggio di ritorno dal cimitero comunale dei Lupi di Livorno era uno splendido invito alla rassegnazione rispetto agli strali della vita. Pareva essere la giornata migliore per vedere insormontabili anche le difficolt pi lievi, figurarsi quelle vissute da altri. La spinta che ricevette l'anziano mi fece immediatamente accostare. Scesi dall'auto e mi avvicinai ai tre. Appoggiai la mano sulla spalla dell'anziano che si volt di scatto. Le sopracciglia sollevate e vicine, le labbra stirate e gli occhi chiari sgranati e segnati dalla palpebra inferiore in piena tensione mi descrissero la confusione e la paura che stavano convivendo nell'anziano. Guardai i due. Il primo vestiva jeans e giubbotto di pelle. Alle estremit indossava stivali modello camperos, guanti gialli e copricapo da cowboy. Il carnevale degli abiti montava su un omaccione di un metro e ottanta, col volto butterato dalle cicatrici di un'acne adolescenziale superata da trentanni e una fisionomia che richiamava i tratti di certi volti tipici dei campi nomadi. L'altro, nascosto dietro lo zingaro, non ebbi il tempo di squadrarlo. Feci balenare il mio tesserino da sbirro privato e scostai la giacca al punto da fare esibizione della mia pistola inserita nella fondina ascellare.
"Fuori dai coglioni, bastardi", intimai seccamente. Non aggiunsi altro e ci dovette bastare ai due che si fecero veloci nella risalita in auto. Un paio di accensioni a vuoto e infine presero la via della strada tangenziale della citt.
"Brutti bastardi", mi permisi di dire a voce alta. L'anziano mi interruppe prima che potessi aggiungere altro: "Il mondo va sempre peggio. Zingari schifosi, tanto vi ritrovo", comment.
Mi approssimai alla vittima e gli porsi la mano che guard attentamente, indeciso se stringerla o passare oltre. Poi la agguant leggera, con stretta per nulla vigorosa, forse per lo spavento o per timidezza e diffidenza. Accompagn la debole impugnatura con la sinistra che appoggi sul mio polso, stringendolo con altro e maggiore vigore.
"Mi chiamo Andrea. Spero stia bene", sorrisi stiracchiato.
"Non direi. Questi bastardi mi volevano fare il giochino dello specchietto". Si sfreg il naso all'altezza delle narici.
"Mi dispiace.", dissi, provando a dimostrare empatia, "La truffa dello specchietto rotto in uno scontro tra auto mai avvenuto  un classico dei piccoli criminali. Un classico che fa infuriare anche i santi, quando se ne accorgono. Andrebbero messi al muro questi delinquenti", affermai deciso, frugandomi nella tasca interna della giacca grigia.
Infine porsi all'anziano il mio biglietto da visita. Lo rigir in mano allontanandolo il pi possibile dagli occhi. Ora la mano era ferma e la bocca si era assottigliata nello sforzo della messa a fuoco per la lettura.
"Global Security...", disse sospendendo qualsiasi altra considerazione. Intasc il biglietto e si present.
"Francesco Degli Esposti. Commerciante ma ormai in pensione. Le va un caff? Qui vicino lo fanno abbastanza buono".
Soppesai l'opportunit di aderire all'invito.
"La ringrazio. Sono di corsa. Non mi sarei dovuto fermare neanche vedendola aggredita da quei due extracomunitari di merda". L'insulto escrementizio lo sottolineai storcendo la bocca pi che potei, a mimare un disgusto pieno e consapevole che piacque a Francesco Degli Esposti, commerciante in pensione.
"Mi spiace abbia perso tempo per me, allora", azzard la vittima, vestendosi con i panni artatamente strappati del pi scontato vittimismo.
Era scattata la trappola del vittimista. Feci finta di caderci.
"Guardi, adesso proprio non posso nonostante apprezzi la sua gentilezza". Mi voltai per tornare verso l'auto. Infine mi girai e, indicando verso di lui alludendo al biglietto da visita, promisi: "Mi chiami nei prossimi giorni. Sar lieto di prendere un caff con lei". Salutai con un cenno della mano a cui Francesco rispose con una specie di inchino.
Salito sull'auto misi il cellulare in viva voce e composi il numero di Vissalm.
"Allora?", rispose pronto. Tutto era andato per il verso giusto e avere studiato per giorni gli spostamenti dell'anziano e la ripetitivit degli stessi ci aveva facilitato.
"Allora il vecchio mi ha invitato per un caff che ho rimandato ai prossimi giorni, per fargli credere ancora di pi alla casualit del nostro incontro".
"E se non chiama?", incalz.
"Non ti preoccupare. Vedrai che chiama. Abbiamo recitato bene tutti, anche la tua giovane comparsa; ma soprattutto tu nella parte dello zingaro abile nella truffa dello specchietto", dissi beffardo.
"Per forza. Sono zingaro", rispose risentito.
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3. LO PSICHIATRA.
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"Secondo la tesi comunemente accettata dagli psichiatri, basata su alcuni studi condotti in Inghilterra e negli Stati Uniti, il rischio che si manifesti una sindrome schizofrenica nell'arco della vita riguarda l'uno per cento della popolazione".
La Sala degli Spedalinghi, al primo piano della parte antica del vecchio ospedale di Prato, era colma di persone variamente attente alle parole dello psichiatra Anselmo Anselmi.
"Indipendentemente dal contesto culturale, quindi, una persona su cento sar colpita a un certo punto dalla malattia". Lo psichiatra distolse lo sguardo dalla slide proiettata alle sue spalle e guard il proprio pubblico.
"Tale opinione per  priva di un solido fondamento, soprattutto se si considera che gli studi che misurano il rischio nell'arco della vita sono piuttosto scarsi e che per il Terzo mondo mancano studi equivalenti a quelli condotti nei paesi occidentali".
Il Terzo mondo non produce studi adeguati, pensai.  troppo impegnato in guerre secolari e troppo intento ad assistere inerme al proprio sfruttamento.
"Per quello che sappiamo, dunque, i disturbi psichiatrici tendono ad essere pi frequenti nelle classi socialmente svantaggiate. Dal lavoro di Hollingshead e Redlich emerge che pi  bassa la classe sociale tanto  maggiore la proporzione di pazienti psichiatrici".
Lo psichiatra continu nella sua dissertazione, mettendo in evidenza come il gran numero di psicosi delle aree diseredate fosse effetto delle condizioni socioeconomiche di vita degli strati pi bassi. Dette anche rappresentazione di come, al contrario, molte altre ricerche avessero evidenziato risultati differenti. La relazione, per il medico, tra psicosi e povert risulterebbe valida soprattutto per i disturbi mentali pi gravi come, per esempio, la schizofrenia. L'esperienza di appartenenza ad una classe contraddistinta da alte avversit ambientali e difficolt socioeconomiche porterebbe a difficolt nelle capacit di adattamento. Trovavo l'ipotesi interessante. Mi colp un'altra delle tesi illustrate
dallo psichiatra, secondo la quale altri disturbi psichici, quali il comportamento antisociale, l'alcolismo, la tossicodipendenza e il ritardo mentale sarebbero determinati dalle limitate risorse socioeconomiche. Queste creerebbero un contesto in cui l'intelligenza dei bambini si sviluppa pi lentamente e raggiunge un livello finale pi basso rispetto ai coetanei appartenenti ad altre e diverse classi sociali. Inoltre, secondo un'altra tesi dello psichiatra, a causa della malattia mentale il soggetto viene emarginato socialmente e finisce in aree degradate. In definitiva, i soggetti con disturbi mentali avrebbero la tendenza a scivolare verso il basso a causa della compromissione sociale e occupazionale dovuta alla malattia. Ribaltava cos la tesi iniziale per cui i malati di mente decadono nella malattia a causa dell'appartenenza a classi sociali meno abbienti. Secondo l'ultima teoria proposta infatti la condizione sociale diventava conseguenza del disturbo.
Le conclusioni lasciarono la platea con un dubbio, un'ipotesi su cui provare ad allargare la visione della salute mentale e a inserirla in ambiti propri di altre discipline quali l'antropologia, la sociologia, l'economia politica. L'applauso dei presenti e il successivo capannello intorno lo psichiatra mi dettero la misura di quanto fosse apprezzato.
Attesi che i pi scemassero dalla sala conferenze e cominciai ad avvicinarmi al medico. Mi misi in fila e attesi, per ultimo, il mio turno. Iniziai facendogli i complimenti per l'ampia analisi e, al contempo, la chiarezza espositiva con cui aveva proposto le varie tesi.
"Non mi ricordo di averla conosciuta prima", disse lo psichiatra immediatamente dopo avermi risposto con un frettoloso ringraziamento. "Dove lavora? Al Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura?"
"No.", mi limitai a dire, "In realt non sono dell'ambiente, sebbene potrei tranquillamente essere tra coloro che necessitano delle sue cure".
Mi scrut con interesse e allegger la mia battuta. "Come tutti, non si preoccupi", disse porgendomi la mano che strinsi in maniera secca e decisa ricevendo in cambio altrettanta fermezza.
"Andrea Solimani.", pronunciai prima di lasciare la presa, "Avrei bisogno di vederla in privato, magari nel suo studio". Credevo di avere bisogno di qualcuno che non avesse paura di ascoltare ci che portavo dentro ed avevo accolto il suggerimento di iniziare una psicoterapia.
Lo psichiatra mi anticip: "Posso chiederle chi le ha fatto il mio nome?" Le domande indirette non mi erano mai piaciute. Mi sforzai di non polemizzare: "Un'amica. Una sua cliente. Mariella Serraino". Avevo deliberatamente scelto la parola cliente, invece che paziente o utente. Una maniera come un'altra per indisporre il particolare interlocutore e testarne la capacit di tenuta rispetto alle provocazioni, nelle quali non cadde. Sembr invece pi interessato all'altra definizione appena fornita di Mariella Serraino.
"Un'amica?", ripet con fare interrogativo.
Nella stessa frase ero riuscito a dare due definizioni non esattamente corrette della stessa persona. Mariella non era, a mio avviso, una cliente. Era pi correttamente una paziente per lo psichiatra. Al contempo, non potevo effettivamente inquadrarla tra le mie amiche, poich il ruolo assunto nella mia vita sembrava debordare quello in cui  possibile inserire, relegare, un'amicizia. Il mio problema, almeno uno dei miei problemi, era che non sarei riuscito a definire diversamente il tipo di relazione che mi legava a Mariella.
"Un'amica", ribadii, cercando di trovare un tono convincente.
"Si faccia dare un appuntamento dalla signorina che risponde al numero di telefono del mio studio", concluse con tono professionale, mentre mi porgeva il proprio biglietto da visita estratto da una pochette che teneva nel cappotto. Il colloquio sembrava potersi concludere. Mi riserv un ultimo sguardo, si aggiust il colletto ampio del loden verde e, dandomi la mano, mi chiese se fossi il titolare dell'agenzia di vigilanza. Risposi affermativamente.
"Lei sa che potrebbe essere un problema, poich sto gi lavorando con la signora Mariella?", ammicc. Non conoscevo la deontologia degli strizza cervelli o, pi correttamente, dei 'grullai' come si diceva nella parte nord della Toscana. " un problema insormontabile?", chiesi. Mi sarebbe dispiaciuto perdere la possibilit di un confronto con un terapeuta che mi era piaciuto durante la comunicazione scientifica a cui avevo appena assistito.
"Il motivo per cui  preferibile non prendere in cura individuale due persone affettivamente molto vicine  per evitare che sorgano problematiche innescate da sentimenti di preferenza o esclusione. La questione non  legale ma deontologica".
Si stava profilando un rifiuto ma decisi di insistere: "Ma tra me e la dottoressa Serraino non ce alcun coinvolgimento affettivo!". Mi resi conto di avere giocato sporco riferendomi a Mariella tramite il titolo e il cognome, e alludendo a una relazione pi formale di quello che era, in realt. In definitiva, per, a me interessava esclusivamente il risultato e ritenevo assurdo dovere perdere un'occasione, perch un'altra persona si sentiva ancora affettivamente molto vicina a me.
"Telefoni alla signorina e poi vediamo", concluse.
Mi allontanai con una sensazione di sollievo che mi pervadeva i pensieri. Mi soffermai sul pi limpido tra quelli: avevo sempre risparmiato il cuore. Avevo amato senza entusiasmo tante volte, e sempre donne diverse, ma avevo sempre evitato di assopirmi in una relazione che fosse banalmente rassicurante. Come generalmente  un matrimonio o come  il manicomio per coloro che sono sani e hanno paura dei matti.
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4. IL BUIO DELLA RAGIONE.
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La mattina si era aperta sulle pagine oleose di un complesso disagio. Tristezza e pesantezza ancoravano l'anima a sensazioni di fine. Le stesse che immaginavo dovessero avere accompagnato l'ultima salita del mio amico Lupo. Sapevo quanto fosse conscio dell'inesorabilit di una resa imminente, tratteggiata nei contorni dalle parole spaventose cancro e terminale. L'ineludibilit dell'esperienza del morente, e di quella solitudine spaventosa e incomprensibile che figuravo prigione e secondino del mio amico, assillavano il battito del mio cuore che sentivo riecheggiare nell'orecchio appoggiato sul cuscino. Non riuscii a fare altro che imprecare contro Dio, con quel carico di rabbia e ignoranza che circuisce i peggiori bestemmiatori nella loro lurida preghiera. Stavo male e ogni pensiero che potesse liberare anche solo un'ombra di affetto mi lasciava consunto di speranza. Odiai ogni femmina con la quale avevo intrattenuto la seppur minima relazione. Quell'odio inutile, apparentemente sviluppato secondo le regole del caso, mi obblig ad una rapida alzata dal letto. Ore 06:52. Feci i pochi passi necessari a portarmi di fronte alla macchinetta del caff.
Meno di un'ora dopo ero in auto, verso il mio ufficio ai margini est della citt. Il vibrato del mio cellulare mi obblig ad una sosta sul ciglio destro della strada. La freccia che avevo improvvisamente azionato non mi preserv da un paio di colpi di clacson.
"S?", iniziai, senza conoscere l'interlocutore.
"Sono la dottoressa Coppola. Non ci conosciamo, o perlomeno io la conosco solo di fama".
Mantenni la calma, operazione facile quando il motivo di imbarazzo non  di fronte allo sguardo.
"Buongiorno", dissi, limitandomi alla cortesia. Poi mi sbrigai a chiedere: "Per quale occasione mi cerca?".
"Nessuna occasione.", mi corresse, "Casomai ho alcuni motivi. Almeno due". Si ferm, dandomi il tempo di riepilogare mentalmente ci che sapevo della dottoressa Coppola.
Laureata in giurisprudenza, impiegata all'ufficio relazioni sindacali
dell'associazione degli industriali pratese, moglie di uno influente tra questi. L'avevo ritratta in pi di una fotografia anni prima, per dimostrare al marito la relazione extraconiugale che aveva intessuto con il mio amico Lupo. Quei pedinamenti, quelle foto, furono la mia prima indagine. Squallida come ognuna di quelle che viene svolta su chiunque non stia compiendo un reato. Tradire il coniuge non  un reato, secondo la mia morale, sempre che ne abbia ancora una, conclusi bisbigliando a me stesso.
"Sempre che ne abbia una?", interruppe il mio flusso di pensieri la voce dall'altra parte del cellulare.
"Mi scusi.", mi premurai di dire, "Non mi riferivo a lei. Mi dica!".
"Non credo sia opportuno parlarne telefonicamente.", disse facendo una pausa nella quale non mi intromisi, "Le va bene potersi incontrare?"
La cosa non mi piacque. Troppo vicina al mio amico Lupo. Troppo invischiata in quella indagine di corna. Un'indagine che immaginai averle cambiato la vita senza che conoscesse la causa n il responsabile. Soprattutto, non avevo voglia di tenere ancora aperta la porta sul dolore per la morte del mio amico.
"Per me va bene anche nel pomeriggio", risposi di getto. La rapidit con cui offrii la mia disponibilit non mi dette il tempo di dare seguito al mio proposito di allontanare la dottoressa Coppola.
"Oggi pomeriggio ho gi diversi appuntamenti;", replic, mettendomi a posto e volendo farmi capire quanto impegnata e piena fosse la sua vita, "ma domani mattina posso essere nel suo ufficio verso le nove e trenta".
Presi tempo per non farfugliare un saluto a chiusura della telefonata. Avevo bisogno di un'informazione prima del reciproco congedo.
"Sa dov' il mio ufficio, dottoressa?", banalizzai.
"Certo. Sulla declassata, zona museo Pecci". La immaginai sorridere, sarcastica.
"A domani, allora!", finsi di concludere, prima di incalzare a sorpresa, "Chi le ha dato il mio numero di cellulare privato?"
Ebbi di nuovo la sensazione che un sorriso si stesse dispiegando sulle labbra dall'altra parte del telefono, come se avesse vinto una scommessa con se stessa nel momento in cui avevo formulato la domanda. La cosa mi stava provocando un certo fastidio.
"Il suo numero era sulla rubrica telefonica di Lupo", rispose automaticamente.
Il dramma di Narciso non  vedere la propria immagine riflessa e innamorarsene ma non accorgersi dell'acqua. In quella mi infilai, affogando nella mia incapacit di trattenermi.
"Bene.", conclusi senza attendere oltre, "A domani Ersilia".
Averla salutata per nome, senza che lei si fosse presentata con quello, svelava una reciproca conoscenza, per quanto filtrata da una terza persona. Cara ad entrambi, fatalmente morta.
Feci per riprendere la guida verso l'ufficio. Un pessimo inizio di giornata, talmente brutto da assomigliare ad una pessima fine. Il cellulare vibr di nuovo.
Era giunta la notifica di un nuovo video pubblicato dal sito Notizie di Prato, il quotidiano web della citt laniera.
"I militanti di Gladio 18 hanno deciso di continuare a scendere in strada per la sicurezza dei cittadini, promettendo ai pratesi sonni tranquilli e presentandosi come i loro angeli custodi. A nulla sono serviti gli inviti del Prefetto a evitare di sostituirsi, come avvenuto negli ultimi mesi, alle forze dell'ordine preposte al controllo e alla sicurezza del territorio. Ma il quartiere San Giusto, dove ha sede il cuore pulsante del movimento di estrema destra, sembra essere un po' spaventato dal loro ormai rinomato spirito giustiziero". Nadia Parente, la giornalista di Notizie di Prato, aveva scandito con perfetta dizione il nuovo che stava avanzando tra le strade della citt maggiormente industrializzata del Centro Italia. Un nuovo che odorava di antico, di violenza e di un diritto conquistato sull'asfalto piuttosto che nelle aule di tribunale. Pensai che, invece di maledire le storture tracciate dall'ignoranza e dalla rabbia, fosse meglio provare ad arginare il buio della ragione accendendo il fuoco della giustizia.
Cos avrei fatto.
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5. IL RUMORE SORDO DEL NULLA.
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"Ciao Mariella, a domani", dissi, provando a chiudere la comunicazione. La poltrona posta dietro la mia scrivania mi accoglieva generosamente. Dalla finestra dell'ufficio filtrava il grigio del cielo rigato dalla pioggia di quel pomeriggio di febbraio. La luce opaca confermava il senso del mio pessimo umore.
"Sarei pi contenta di poterti abbracciare stasera; visto il tuo umore mi preoccupo.", continu fintamente rassegnata, "So che non lo concederai".
"Il mio umore di oggi  l'umore della mia vita.", provai a rassicurare Mariella evitando l'invito, "A volte resta sopito, altre compare e mi accompagna per lunghi tratti".
"L'umore della tua vita  quello che intravedo ogni tanto", prov a controbattere. Infine azzard un'ipotesi che mi infastid: "Trapela in un dolce sorriso. Che tu incateni, nascondi sotto una tristezza ingiustificata".
Non mi piaceva la piega che stava prendendo la discussione. Provai a trovare le parole che dessero il senso della chiusura del dialogo.
"L'umore della mia vita  cupo. Il resto sono solo speranze di guarigione". Vane, mi soffermai a pensare.
"Ti torturi", sbott, alzando il tono e continuando, nonostante non dessi segno di approvare la discussione.
"Non ti aiuto", si lament.
Mariella era una signora di quarantanni. Si sarebbe potuta definire una bella donna se non avesse avuto il volto in parte deturpato da un incidente automobilistico di cui non mi aveva mai parlato approfonditamente. I capelli, che teneva lunghi e mori, appena ondulati, le coprivano parte del volto che appariva asimmetrico, con gli occhi che assumevano una posizione non allineata rispetto al naso, ancora un po' storto nonostante gli interventi chirurgici che immaginavo numerosi. Era riuscita a trasformare il suo amore per gli animali nella professione di veterinaria, che esercitava in un ambulatorio vicino a un ipermercato sorto nei pressi di un vecchio centro commerciale rimesso a nuovo
dalla grande distribuzione, l'unica, insieme alle imprese cinesi, a continuare a scommettere e ad investire su Prato.
"In realt non guarisco poich non sono malato. Sono solo consapevole", stabilii per dare una base di partenza a quella che stava diventando una discussione dall'esito incerto. Sentivo che la rabbia si stava sostituendo al fastidio. Il senso di frustrazione che derivava da un colloquio infruttuoso stava alterando la mia gi precaria stabilit emotiva.
"Non ti aiuto. Proprio per niente", insistette.
"Non ce motivo per cui tu debba aiutarmi.", dissi con voce sostenuta, "Nessuno mi aiuta. Non puoi tu. E non sono malato. Non posso guarire pertanto".
"Solo perch non ti decidi a cambiare.", sentenzi, "O forse stai bene cos?".
Chiusi gli occhi e strinsi la base alta del naso tra il pollice e l'indice. Sospirai.
"Non  cos Mariella. Ascolta. Non ce niente da cui guarire. Non ho malattie", pronunciai in modo definitivo, "Sto bene cos". Pensai al rumore sordo del nulla. "Sto bene cos", ripetei come un'eco.
Mariella prov un'altra via, un nuovo argomento per tenermi attaccato al telefono.
"Andrea ti contraddici", azzard.
"Vuol dire che sono vivo. E matto!", tagliai corto.
"Sei vivo e matto come tutti noi.", ribatt piccata, "Me compresa".
Divent aggressiva. "Credi forse che il male di vivere sia solo tuo? Credi che io non abbia spesso pensieri di morte? O credi che non mi senta stanca e sconfitta?"
Credo che tu lo sia come me, pensai.
"Io non mi voglio lasciare andare", disse mentre sentivo quel rapporto sfumare verso la fine.
Ancora una volta avevo fallito e quel poco di sentimento che ero riuscito ad accendere stava morendo dentro il vuoto del mio essere sempre pi distante dal centro delle mie emozioni.
"Io mi sono gi arreso", ripetei. Poi, con durezza: "Io mi sono gi arreso. Sono cos. Spero tu mi permetta di essere me stesso".
Cap la situazione e il tenore che la discussione stava assumendo. Si fece conciliante: "Lo sai da solo che ti rispetto in ogni cosa".
Pensai che quell'ultima dichiarazione fosse una possibile mediazione tra il mio personale desiderio di fuga e il suo tentativo di tenermi ancorato ad un amore che provava solo lei. Provai ad essere conclusivo: "Ci vediamo domani Mariella. Vediamoci domani. Ciao Mariella".
"Mi piacerebbe che tu potessi amarmi ma non  cos, purtroppo. Ma almeno voglio piacerti e che mi desideri, Andrea". Sembrava l'ultima mano di una partita a carte scoperte di cui ogni giocatore conosce l'inevitabile esito.
"Infatti cos , Mariella. Ti voglio bene", rassicurai.
"Non  poco", sussurr non ancora sconfitta.
"No, non  poco. Ma  anche tutto, Mariella", precisai.
"Ciao, a domani", si risolse infine. E chiudemmo la conversazione.
La tua malattia  pensare che tu possa guarire la mia, sussurrai a telefoni chiusi prolungando con un'ultima battuta uno scambio che niente aveva aggiunto alle sue speranze d'amore n, per questo, aveva scalfito le mie certezze fondate su rabbia e frustrazione per l'ennesimo rapporto sbagliato.
Avvertii la segretaria di mandarmi il mio solito pacco.
Allungai le gambe sotto la scrivania del mio ufficio. Dopo anni di difficolt economica da un po' di tempo le cose stavano girando per il verso giusto. Ero a capo di un'agenzia di vigilanza e sicurezza privata, con parecchi dipendenti e abbastanza lavoro, sebbene nell'ultimo periodo avessi perso diverse commesse da parte di svariati negozi del centro storico e del centro commerciale posto ai limiti ovest della citt. Provai mentalmente a fare il conto di quanti negozi avessi perduto. Ripetei l'operazione pi volte per essere certo di non averne dimenticati alcuni. Erano gi parecchi e la cosa mi preoccupava da tempo.
Sentii bussare alla porta e un attimo dopo feci entrare il mio solito pacco. Entr non accompagnato dalla mia segretaria che, come di consueto, per un malcelato senso del pudore attendeva la fine della prestazione nel bar sotto l'ufficio della Global Security.
Senza giri di parole e con un sorriso intriso di niente mi si avvicin girando intorno alla scrivania su cui avevo gi appoggiato, in bella mostra, le due banconote da cinquanta euro. Scomparvero rapidamente nella borsetta. La ragazza orientale mi sbotton la camicia e cominci a massaggiarmi il petto.
Tutto fin rapidamente, con rabbia e freddezza. Ogni volta l'esperienza con le prostitute mi lasciava addosso un'inquietudine per nulla leggera. Vedevo ogni carezza come il tassello di un mosaico, la cui effige avrebbe dovuto rappresentare l'accoglienza del mio desiderio. Sapevo invece che dietro quella immagine, in realt, si nascondeva un'umana disperazione. Come sapevo che ci che quelle carezze intessevano era un arazzo raffigurante un essere grigio, repellente e strisciante. Un senso di schifo da cui fuggire come fosse il peggiore degli incontri mostruosi. Era invece, semplicemente, la mia miserrima patologia: una solitudine profonda senza volont di redenzione.
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6. LA PRIMA SEDUTA.
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Lo psicoterapeuta mi fece accomodare sulla poltroncina stile impero e fece altrettanto con la gemella, posta dall'altra parte del tavolino rotondo su cui poggiava una piccola lampada. La accese e port il pugno chiuso alla bocca, come per bloccare uno sbadiglio o per schiarirsi la voce. Invece sorrise, guardandomi negli occhi. Lo studio profumava di cedro e muschio e i quadri alle pareti richiamavano l'arte ottocentesca toscana. Alcuni ricordavano lo stile e il tema caro ai Macchiaioli: racconti popolari di scorci di mercato cittadino o campagne assolate su cui regnavano mucche maremmane bianche con grandi corna. Mi colp un dipinto su cui si sofferm lungamente la mia attenzione. Ritraeva una donna, ben vestita per quanto sobria nel nero del proprio palt, in ginocchio dalla parte peccatrice di un confessionale. Il prete era dipinto in posizione di ascolto, con l'orecchio destro appoggiato alla grata, da cui non sembravano essere filtrati peccati troppo gravi, vista l'espressione placida e sicura del ministro di Dio. La mia attenzione al quadro non pass inosservata e lo psicoterapeuta ruppe l'incanto protratto del mio silenzio: "Ha anche lei qualcosa da confessare?". L'allusione al quadro era evidente ma tenne ad indicarlo alzando il mento nella direzione del dipinto. Sorrise di nuovo, forse per contrastare quell'abbrivio cos diretto.
"Non si preoccupi.", continu, "Non dispensiamo salvezza, noi strizzacervelli. N perdono, n penitenze, n contumelie. Siamo comunque riservati e quello che emerger, quello che riusciremo a portare in chiaro, rimarr raccolto nell'intima relazione tra noi. Come vede, questa non  una camera pomposa, appesantita da dipinti vecchi e da volumi noiosi sulla sanit mentale".
Sottoline la parola sanit con un sorriso che si fece ancora pi accentuato quando profer il termine mentale.
" in realt una camera di decompressione dove riposarsi e rielaborare quanto accade nel mondo fuori. Se preferisce, potremmo adoperare la metafora della sauna, dove ci si va a rilassare per affrontare le prove pi dure all'esterno. Per sono solo metafore".
Sfum il tono della voce che si affievol. Mi sembr un invito a parlare.
"Le metafore, i simboli, non mi hanno mai spaventato.", sentii di chiarire subito, "Non temo il confronto con ci che non  immediatamente percepibile. Non ho paura di andare in profondit cercando di scandagliare ci che, in apparenza, si mostra in una determinata maniera per nascondere una natura pi complessa, forse anche opposta a quella inizialmente manifestata".
Mi sembr di avere argomentato con un buon linguaggio quello che sembrava un tema su cui potere agganciare l'inizio di una discussione che speravo avrebbe prodotto il risultato atteso.
Lo psicoterapeuta annu e prov a continuare. Gli feci cenno di aspettare, non volendo dare l'impressione di essere completamente in bala della sua volont terapeutica.
"Perch ha scelto il tema della metafora per approcciare il nostro rapporto?", domandai. Il terapeuta non oppose alcuna espressione particolare, n fastidio o altro.
"Non ho scelto il tema della metafora. Ho parlato infatti di confessione, di salvezza, di intimit, di salute mentale. Ho accennato a un mondo fuori duro e insidioso". Non ne fece cenno, ma per me fu evidente che a scegliere l'aggancio della metafora ero stato io. Prosegu serafico, dandomi l'impressione che avesse la situazione sotto controllo, senza peraltro avere faticato per ottenere il risultato.
"La metafora  pertinente con la psicoterapia". Fece una pausa ma rimase immobile con gli occhi cerulei piantati nei miei. "Il disagio psicologico pu essere pensato come una perdita della capacit di elaborare metafore. Una persona che soffre di attacchi di panico, di una crisi depressiva, di una compulsione alimentare  comprensibilmente spaventata, turbata e vive il sintomo come qualcosa di esterno. Una specie di maledizione che si  abbattuta sulla sua vita, per volere di qualcosa che  altro da s. In realt il disagio psicologico implica una sostanziale difficolt a pensare per metafore. Il dolore che proviamo sembra un dato di fatto. Dobbiamo invece pensarlo come una metafora, il simbolo di significati pi ampi e profondi".
Descrisse la teoria senza perdere il filo del ragionamento. Stessa cosa feci io ascoltandolo. Capii che era tornato il mio turno.
"In passato ho sofferto di attacchi di panico. Non pi di due o tre
episodi, scomparsi nel giro di poco tempo". Notai l'espressione interrogativa prendere campo sul volto del mio interlocutore. Provai a interpretarne i motivi. "La risposta che mi sono dato rispetto ai motivi che hanno determinato il sopraggiungere del panico", continuai, " che questo  comparso per avere tradito l'unica amicizia davvero significativa nella mia vita. Soltanto confessando il tradimento sono riuscito a ristabilire una connessione con me stesso".
La spiegazione dei meccanismi psicologici sottendenti il sopraggiungere e lo scomparire degli attacchi di panico non scomposero minimamente il terapeuta, lasciandomi nel dubbio che le mie convinzioni potessero essere esatte, sbagliate o, peggio, banali. Mi soffermai in attesa di un responso che non arriv. Pensai di dovere continuare con la descrizione del mio personalissimo carnet di bestialit.
"Sono un alcolista. Non bevo pi da qualche anno ma non mi ritengo ancora libero dall'alcol. Probabilmente non riuscir mai a stabilire una distanza di sicurezza dal mio problema pi ingombrante". Oramai sentivo di potere andare a ruota libera, come se avessi aperto la porta di un edificio nuovo e ne avessi varcato impunemente la soglia. Il terapeuta non esprimeva alcuna forma di giudizio nei miei confronti. Questo mi rassicur e andai avanti.
"Inoltre non riesco a stabilire relazioni sentimentali durature. Ho un divorzio alle spalle e la gratificazione sessuale riesco a trovarla soltanto con le puttane". Dissi puttane e non prostitute, entraineuse o accompagnatrici.
Mi sentivo stanco ma forte. Doveva essere evidente al punto che il terapeuta si sporse verso di me, lentamente, senza alzarsi dalla seduta. Appoggi i gomiti sulle ginocchia e ci rese la sua confidenza pi intima.
"Lei  una persona intelligente, mi espongo a dirle che credo sar possibile fare un buon lavoro insieme. La lascio con una considerazione su cui potr lavorare, se vorr. Nella sua introduzione, quando abbiamo parlato delle metafore, ha detto di non esserne spaventato, di non temere il confronto con le cose nascoste, di non avere paura di andare in profondit. Ha negato la paura in tre circostanze. Secondo lei cosa vuole dire, simbolicamente, la negazione della paura?".
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7. IL FALLIMENTO  ALLE PORTE.
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Quali sono gli effetti del negare l'emozione della paura?, mi domandai lungamente non appena uscito dallo studio del terapeuta. Uno era lo spostamento dell'energia dell'emozione soffocata su altre, contigue ma diverse. La rabbia, pensai facendo riferimento alla prima tra le tante emozioni possibili. La rabbia, dissi a bassa voce. Avevo escluso la gioia, l'orgoglio, la vergogna, la tristezza, il disgusto e l'orrore, il dispiacere e la soddisfazione, la malinconia e l'ansia. La lettura di un testo di psicologia gestaltista appena acquistato in ebook, mi aveva sostenuto nella ricerca delle motivazioni sottostanti alla negazione della paura. Riposi il tablet nella tasca dello zaino di pelle nera che portavo con me e che conteneva la mia piccola pistola, una Lifecard in commercio da poco, oltre che il portadocumenti, il portafoglio e gli antidolorifici. La recisione di un dito a seguito di un incidente sul lavoro di indagine di qualche anno prima era un pensiero ricorrente prima che una ferita dolorosa. Riflettendoci bene, tutto il contenuto dello zaino era un tentativo di darmi sicurezza. La pistola per la difesa personale, i soldi per la tranquillit economica, i documenti per la definizione certa dell'identit, gli antidolorifici per lenire gli effetti degli infortuni o dei malanni. L'ebook per preservarmi dall'ignoranza.
"Spero di non avere interrotto la sua lettura", esord il commerciante in pensione al bar dove ci eravamo dati l'appuntamento.
Era ben vestito, pi correttamente si sarebbe potuto dire lo fosse in maniera attenta e ricercata. La cura del particolare, non la pignoleria e la ridondanza, facevano di quell'asciutta figura un buon esempio di eleganza nella terza et. Il cappotto aperto lasciava intravedere una giacca di velluto liscio sotto la quale faceva bella mostra di s un panciotto ricavato da una stoffa vintage che richiamava le maioliche di Montelupo. A ben guardare mi pareva che dimostrasse un'et inferiore rispetto a quella che aveva palesato, forse per la paura del momento, quando avevamo fatto conoscenza durante la falsa truffa dello specchietto. In realt conoscevo bene la sua et e il suo profilo: Francesco Degli Esposti, nato a Vernio nel 1946. Simpatizzante prima e poi attivista del Movimento Sociale negli anni Settanta. Molto chiacchierato negli ambienti della sinistra extraparlamentare per essere stato vicino all'eversione nera. Certamente in pi di un'occasione aveva dato copertura ai picchiatori che comunque, a Prato, non hanno avuto vita facile. Si  sempre riparato dietro la propria attivit di commerciante di tessuti ma in molti credono che avesse finanziato le incursioni cittadine dell'estrema destra e che adesso stesse finanziando le iniziative delle passeggiate della sicurezza di Gladio 18.
Cos mi era stato descritto l'anziano commerciante dall'avvocato Flavio Tamanini, mio socio della Global Security ma soprattutto penalista affermato, nonostante la nomea di compagno che lo rendeva un po' naif nell'ambiente della procura e dell'ordine degli avvocati di Prato. La rete delle relazioni politiche del mio socio aveva ingabbiato un pesce di ragguardevoli dimensioni. La descrizione del profilo di Francesco Degli Esposti lo caratterizzava politicamente. Le fonti dell'avvocato non potevano che avere quella matrice.
"Cosa mi dovrebbe interessare di un signore con simpatie fasciste?", domandai all'avvocato in quella circostanza, senza precisare che la politica era diventata, per me, un campo privo di attrattiva.
Flavio guard il commercialista presente alla nostra riunione e che fino a quel momento era rimasto al margine della discussione. Ricevuto il via cominci a parlare.
"Il fatturato dell'azienda continua a flettere. Abbiamo chiuso il bilancio 2017 con un risultato negativo del conto economico. Le precedenti chiusure di bilancio hanno messo a riparo il segno meno del risultato d'esercizio. Da una prima verifica dell'ipotesi di chiusura del bilancio 2018 si intuisce che il risultato sar ancora peggiore del precedente e che le riserve detenute nello stato patrimoniale garantiranno a malapena la copertura del buco di bilancio. Per l'anno 2019, quello in corso, dovete apportare dei correttivi". Sospese il ragionamento. Flavio scrut il silenzio. Poi invit il commercialista a continuare: "Secondo te, Alessandro, cosa possiamo fare?". Il quarantenne commercialista non si fece pregare. "Due ipotesi.", disse preparandosi all'esposizione delle linee correttive e accomodandosi sulla poltrona, "La prima  quella relativa alla riduzione del personale. I costi di questo elemento sul fatturato sono eccedenti il sessanta per cento. Non si pu reggere.
Le spese per la produzione sono elevate. Le macchine per la vigilanza, le armi, la sede sono, in ogni caso, spese incomprimibili". Dispiegando l'indice della mano destra come il pollice che aveva gi aperto introdusse la seconda ipotesi. "La seconda  riportare il fatturato ai livelli del 2016. Occorre aumentare il volume della produzione del trenta per cento rispetto all'attuale. Entro maggio, massimo giugno, dell'anno in corso. Sono troppi gli esercenti e i commercianti che hanno disdetto i contratti di vigilanza con la Global. Sembrano tutti preferire il fai da te della protezione armata".
Le mie nozioni di economia erano sufficienti a capire che la situazione era difficile ma non compromessa. Ci nonostante mi permisi una domanda: "Non ce una terza via?".
Flavio guard il commercialista e intervenne: "La ricapitalizzazione. Ovvero, tu e io ci mettiamo dei soldi e chiudiamo il bilancio in pareggio. Per, senza correggere il tiro rispetto a entrate e costi, l'anno successivo saremmo nella stessa drammatica condizione. Un'altra opzione per scongiurare la chiusura  favorire l'ingresso nella societ di un nuovo socio: Francesco Degli Esposti, detentore di capitale e a quanto pare interessato a investire in attivit produttive locali. Prima gli italiani  un motto che vale anche in economia".
Mi scapp da ridere. "Proprio un compagnuccio come te si vuole associare con un fascista di lungo corso? Cazzo, se  cambiato il mondo in cos poco tempo!", sbottai sarcastico.
Flavio arross ma rispose immediatamente: "L'azienda chiude se non trovi una soluzione, qualunque essa sia. Io un lavoro ce l'ho. Se chiude la Global Security, con le pezze al culo ci torni tu".
Tornare a vivere la condizione di indigente non era tra i miei progetti. Per quel motivo mi trovavo di fronte all'investitore di cui volevo conoscere ogni aspetto, poich tutti sanno che le societ che funzionano sono composte da soci in numero dispari. E generalmente in tre si  troppi.
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8. LA PRIMA VERIT SULLA MORTE.
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"Come  andato il caff con il vecchio fascio?", mi punzecchi Vissalm.
Era un sinto con una bella storia alle spalle. Oramai pi che cinquantenne era tra i pochi del suo gruppo sociale ad essere in possesso di un diploma di scuola media superiore. Viveva in una abitazione in affitto e senza riscaldamento tra Prato e Vaiano, localit La Briglia. Durante l'inverno aggiustava la temperatura con delle stufe a gas, un modo al limite della legalit ma che gli restituiva un tratto di continuit rispetto all'infanzia e alla giovent trascorse nel campo nomadi sorto nella parte est della citt capoluogo.
"Stai attento a come parli, Vissalm! Il vecchio fascio, come lo chiami tu, potrebbe diventare il tuo nuovo padrone", rilanciai.
La mia risposta fece adirare il sinto. "Gi, diventeranno i padroni della citt. A maggio le elezioni non confermeranno il sindaco di centrosinistra. La gente  arrabbiata e c' aria di novit".
La risposta piccata di Vissalm non era altro che la riproposizione di un sentimento che stava prendendo forma in citt. In varie parti di Prato, addirittura in un caso anche sotto l'ingresso del palazzo comunale, erano comparse scritte minatorie rivolte al sindaco. I commenti alle notizie sulle pagine facebook dei due quotidiani on line della citt inneggiavano a una politica che gli accademici e gli intellettuali locali definivano suprematista bianca e sovranista.
"Certo che se le novit in questa citt combaciano con le idee di un vecchio come Francesco Degli Esposti...", rimuginai senza finire la frase per cambiare il registro della conversazione.
"Il vecchio ha soldi da investire? Non  emerso dalle poche parole che abbiamo scambiato di fronte al caff.  certo che invece abbia investito nelle passeggiate della sicurezza di Gladio 18. Anche la sede degli attivisti di Gladio 18  di sua propriet".
L'interrogativo che comparve sulla faccia di Vissalm ebbe subito soddisfazione.
"Me lo ha detto lui. E mi ha invitato a partecipare a una loro prossima riunione".
"Bingo!", sbott il sinto.
Squill il telefono sulla scrivania.
"La dottoressa Coppola  arrivata in ufficio", annunci la segretaria.
"Falla accomodare", risposi con tono neutro.
Feci cenno a Vissalm di rimanere. Non avevo voglia di stare solo con l'amante del mio amico morto.
L'ospite si fece avanti, introdotta dalla segretaria.
Era una bella donna. Portava i suoi cinquantotto anni con consapevolezza ed eleganza.
Aveva mantenuto il taglio corto dei capelli e il colore era scuro come ricordavo. Gli zigomi sembravano scolpiti nel legno di un albero africano e ricordavano quelli sontuosi di alcune sculture degli artisti del continente nero tanto amati da Picasso. Ci su cui indugiai, alzandomi e andandole incontro per presentarmi, furono gli occhi. Pi precisamente cercai lo sguardo passionale e fiero che ricordavo emanare, anche nelle fotografie. Non lo trovai; lo sguardo adesso sembrava spento. Immaginai che gli strali della vita avessero lasciato i propri segni su un'espressione che, ad una pi approfondita analisi, valutai vergata da rassegnazione e smarrimento. Fu solo un attimo, per. La dottoressa apr il tratto breve e sottile della bocca lanciando un sorriso che, per quanto di circostanza, illumin l'ovale del suo volto.
Le porsi la mano di cui strinse soltanto le dita con una pressione che considerai intensa per una donna. Anche gli occhi, che mi fissarono strenuamente, cambiarono espressione. L'intensit che mi dedicarono sottendeva il medesimo atteggiamento di sfida. Le sue parole, dopo le iniziali presentazioni, non furono da meno.
"Il motivo che mi porta qui  relativo alla morte di un mio caro amico", inizi precisa. Si volse lentamente verso Vissalm. Intuii la richiesta ma non la lasciai nell'imbarazzo di chiedere l'allontanamento del sinto.
"Vissalm  il mio migliore investigatore. Le indagini di maggior riguardo vengono generalmente affidate a lui. Parli liberamente, saremo in grado di darle le risposte e le rassicurazioni che richieder". Le mie parole colsero nel segno e la dottoressa continu.
"Meno di una settimana fa  morta una persona a me cara, Lupo Forlai. Le circostanze che hanno determinato la sua fine prematura, per quanto annunciata, non sono chiare". Si ferm, si sfreg intensamente la punta del naso e si corresse.
"Per me, ovviamente, non sono chiare. Per la famiglia invece tutto appare lineare. La moglie e i figli hanno chiuso in fretta la bara e hanno dato fuoco a tutto in un forno crematorio. Non hanno chiesto l'esame autoptico, n si sono posti domande su come fosse possibile che un ciclo chemioterapico avesse causato una morte improvvisa, ipotesi da scartare secondo i dottori che ho interpellato. Per la verit non si  capito come sia morto, quali siano state le cause del decesso. Niente. Gli amici non sospettano nulla e, comunque, nulla chiedono; i medici hanno certificato la fine della vita e i vivi si sono preoccupati della sepoltura. Tutto nel pi sconfortante e offensivo dei silenzi. Un vergognoso sipario calato sulla vicenda, senza alcun interesse o dubbio sulla verit della morte".
"La verit sulla morte", ripetei a lei e a me stesso. Provai un'intensa fitta adrenalinica allo stomaco.
"La verit sulla morte", ribad la donna.
Quelle parole mi si impressero nella mente. Respirai profondo e guardai il sinto che, per tutta risposta, scans i miei occhi e punt i suoi a terra. Stava a me e non ne avevo voglia.
"Cosa le fa pensare che il suo amico sia stato ucciso? Un'eredit, una vendetta, un errore medico?", dissi provando a dare un senso ad un colloquio di cui mi interessava soltanto la fine.
"Il mio amico era forte. Il tumore al pancreas non lascia molte possibilit ed  rapido, lo so. Per nel suo caso il decorso  stato fulmineo. Alcuni medici estranei alla vicenda, vedendo gli esami ematici specifici, hanno mostrato perplessit rispetto alla velocit dell'epilogo". Aveva gli esami di Lupo, dunque erano rimasti in contatto fino alla fine, pensai, mentre parlava senza tradire la bench minima emozione.
Provai di nuovo ad allontanare da me quell'indagine.
"Perch non ne ha parlato con la polizia?", provai a chiedere senza troppa convinzione.
La donna, che non dava segni di perdita di pazienza, fu chiara e non scortese nella spiegazione.
"Come le dicevo, i medici hanno mostrato perplessit ma non hanno argomenti che avvalorino la mia idea". Da come parlava, pi che un'idea ritenni di definirla una sensazione; ma evitai di polemizzare e lei continu.
"Per quanto possa conoscere di altre situazioni... mi pare giusto farle sapere che il secondogenito aveva problemi con il gioco di azzardo. Con un po' di soldi avrebbe risolto i numerosi problemi che ha sparsi in giro".
La guardai perplesso. "Crede che ci basti a un figlio per uccidere il padre?", punzecchiai.
La donna si alz in piedi. "Si  trattato di anticipare il tempo, mi lasci dire e mi creda. In ogni caso si impara a conoscere le persone mettendole di fronte alla divisione di un'eredit".
Soppesai quest'ultima dichiarazione. Vissalm mi fece cenno di assenso. Non potevo rispedire la donna al mittente senza la soddisfazione che richiedeva. Inoltre gli affari avevano bisogno di essere in qualsiasi maniera corroborati da nuove e maggiori entrate. Nonostante avessi gi preso una decisione, tentai di mostrarmi titubante.
Vissalm parl per la prima volta, per concludere: "Se entrambi siete d'accordo seguo io l'indagine sulla morte di Forlai".
Fummo d'accordo ma, nonostante l'esito dell'incontro potesse essere considerato positivo e fruttuoso per tutti, nessuno di noi si dimostr soddisfatto.
Ci lasciammo senza salutarci.
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9. LA BESTIA NERA.
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Avevo appena superato la scultura di Moore di una delle piazze pi trafficate di Prato e stavo dirigendomi, a passo lento, verso il fiume Bisenzio. Provavo una strana sensazione di malessere, una premonizione pi che un dolore fisico; come se improvvisamente dovesse saltare fuori dal nulla un pericolo mortale. Ripensai a quella brutta sensazione soltanto dopo perch, improvvisamente, come se fosse stato appiattito in un nascondiglio occulto, sbuc rapido e aggressivo un grosso cane nero. Digrignando i denti punt le zampe anteriori a terra, spostando tutta la forza muscolare sulla parte posteriore del corpo e dando l'impressione di essere una bestia possente e scattante. Un mastino corso o qualcosa del genere, pensai. Rimasi bloccato nonostante l'istinto fosse quello di scappare. Armeggiai con estrema cautela nello zaino senza riuscire a trovare la mia pistola. Senza possibilit di difendermi, considerai la situazione volgere al peggio. Il senso di angoscia crebbe a dismisura. Essere in bala di un grosso cane nero, senza intravedere vie di fuga, mi stava esasperando. Il cane non mosse verso di me ma si alz sulle zampe posteriori e gua.
La posizione assunta dall'animale, di taglia eccessiva fino a essere fuori del normale, sembr poterlo trasformare in qualcosa le cui sembianze potessero essere vagamente antropomorfe. Le fauci tornarono a digrignare. Cercai di chiamare aiuto ma ebbi la sensazione che nessuno potesse intervenire per mettermi al riparo da quel mostro nero. Sentii invece chiamare un nome che non riuscirei a ripetere e che nel momento in cui udii scomparve dalla mia memoria. La voce di donna che distolse il cane dai suoi peggiori propositi si materializz nel volto asimmetrico di Mariella. Era stata lei, dalla parte opposta della strada, ad invitare la bestia a tornare nei suoi ranghi di animale fedele all'uomo. La bestia si acquatt ai miei piedi. Intravidi Mariella salutarmi da lontano, agitando il braccio sopra la testa e spegnendo lentamente un sorriso sul volto che mi parve pi deturpato del solito. Un'enorme malinconia si impossess di me. Non feci a tempo a finire di pensare quanto importante fosse stato l'intervento dell'amica veterinaria, che
il cane si gir supino, lasciando esposto il proprio ventre. Con raccapriccio notai una grossa ferita nella parte inferiore dell'addome, quasi un taglio cesareo che cominci a dilatarsi senza che da questo uscissero n sangue n umori. Non riuscii a trattenermi dall'avvicinarmi a quell'oscena ferita. Osservai bene il taglio, mentre il carico di angoscia si accumulava dentro di me. Non appena vidi uscire dal ventre del cane decine di piccoli serpenti, urlai.
Peggiore risveglio notturno non sarebbe stato possibile. Un brutto incubo.
Tornai a riposare, senza guardare l'orologio, senza alzarmi. Rimasi immobile nel letto a due piazze che non accoglieva altro che la mia solitudine.
La mattina cominci con il suono di una notifica whatsapp. Sbirciai il messaggio: Quando ci vediamo? Mariella si era dimenticata di salutare. Spensi il cellulare e ripensai all'incubo appena trascorso. Avrebbe potuto essere un buono spunto per il successivo incontro con lo psicoterapeuta.
Andai in bagno e mi insaponai la barba. Risciacquai abbondantemente e la asciugai con un panno di spugna che tenevo esclusivamente per quell'uso. Avevo la barba lunga, striata di bianco. La frizionai lungamente con una lozione a base di olio di lino. Era il regalo che la segretaria della Global Security mi aveva portato da un centro benessere, in zona Impruneta, per il mio compleanno. L'incubo mi aveva lasciato poca voglia di uscire dal guscio della mia abitazione. Vivevo quella casa, da un po' di tempo, con un carico di ansia che non aveva apparente motivo per torturarmi l'anima. Pensare di uscirne, in quel frangente, mi provocava un'angoscia maggiore. Il pensiero ricorrente, varie volte al giorno, era quello di lasciarmi andare. Talvolta pensavo a una fine, anche ingloriosa, finalmente liberatoria di una fatica che mi aggrediva saltuariamente ma in maniera sempre pi pesante. Per quanto non avessi la sensazione di essere compromesso da una depressione che avesse la caratteristica del disturbo dell'umore da affrontare con le cure farmacologiche, il tema della morte come pensiero ricorrente era quello che mi aveva messo nella condizione di affrontare il percorso psicoterapeutico appena intrapreso. Lavai il resto del corpo sforzandomi di dare seguito a quella ritualit quotidiana piuttosto che
trovarne, in quella giornata di febbraio, la voglia o il piacere.
Prima di scendere in strada accesi il cellulare e cercai il sito Notizie di Prato. Mi soffermai sull'ennesimo pezzo attestante la realt cittadina in rapido mutamento.
"Nella citt laniera, da sempre esempio del politicamente corretto, sta per cadere anche l'ultimo tab. A Prato la crescente richiesta di sicurezza sdogana perfino le ronde, un tempo viste come fumo negli occhi, un retaggio della destra, e ora considerate una risposta plausibile alla crescente pressione della microcriminalit. Succede nel quartiere San Giusto divenuto epicentro negli ultimi mesi di fenomeni di spaccio, furti e spaccate in diversi negozi. Uno stillicidio che ha portato i commercianti, nei mesi scorsi, ad agitare in un questionario anonimo lo	spettro del racket, e spinto il Comune e la Prefettura a mettere in campo misure straordinarie: vigili in strada al mattino, pi pattuglie di polizia e carabinieri di sera e la promessa di inviare i militari. Ai negozianti non  bastato e hanno deciso di autorganizzarsi. Scelto il nome, Gruppo di controllo notturno, pettorine e segni di riconoscimento, un tragitto operativo, la divisione in squadre e le regole d'ingaggio: in auto o a piedi, dalle 23:00 alle 05:00, pronti a segnalare a polizia o carabinieri pusher e balordi che si aggirano nel quartiere. L'iniziativa, che oggi alle 11:00 sar al centro di un incontro presso la Camera di commercio con la cittadinanza e le associazioni di categoria, alcune delle quali hanno deciso di smettere di pagare una vigilanza privata, non  piaciuta all'amministrazione. Le ronde non servono, intralciano
il	lavoro delle forze dell'ordine e possono esporre a pericoli o protagonismi di cui non si sente il bisogno, ha detto il sindaco con delega alla Sicurezza. Nemmeno l'altol del Comune ha per arginato lo spontaneismo dei commercianti, decisi a contarsi in assemblea prima del via libera. Cos nel dibattito  intervenuto il prefetto che ha fissato paletti precisi e ricordato che queste iniziative sono regolamentate dalla legge: nello specifico il decreto 11 del 2009 che prevede la registrazione delle forme associative in un albo, modalit di svolgimento e precisi confini d'intervento. Insomma, nessuna ronda selvaggia n tanto meno un'invasione di campo nel lavoro delle forze dell'ordine. Le indagini sul caso San Giusto hanno almeno fatto rientrare l'allarme sulla presenza del racket o di azioni mirate della criminalit organizzata. Nei giorni
scorsi la polizia ha fermato un tunisino, pluripregiudicato, ritenuto responsabile di una serie di furti con spaccate nei negozi del quartiere. L'uomo, da ventanni irregolare a Prato, ha ammesso di averlo fatto per comprarsi la droga. L'arresto ha contribuito a stemperare la tensione, ma ha confermato le preoccupazioni dei residenti sulla massiccia presenza di spacciatori e sbandati nella zona. Una situazione che qualcuno nelle scorse settimane ha pensato di risolvere in proprio, con una sorta di spedizione punitiva contro i pusher nordafricani".
La lettura del pezzo di cronaca locale dette ulteriori motivazioni e pi concreti argomenti alla mia convinzione di chiudermi in casa.
Decisi di non cedere all'angoscia. Uscii e chiusi dietro la porta gli incubi notturni. Detti quattro mandate alla serratura e andai incontro a quelli, ben pi spaventosi, di una comunit in aperto disfacimento.
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10. UN CAFF DA GIONNI.
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La sala conferenze della Camera di commercio era piena. Pi di un centinaio di persone assiepate nella sala pi grande del palazzo recentemente ristrutturato e diventato un piccolo gioiello della contemporanea architettura del recupero. Mi ero recato all'assemblea dopo avere letto l'articolo sul web. Avevo deciso di non passare neanche dall'ufficio e di lasciare l'auto a pi di un chilometro di distanza per fare un pezzo a piedi. Avevo parcheggiato in prossimit di una delle pi belle porte di ingresso al centro storico. Nei dintorni della porta Santa Trinit, con un po' di fortuna, era possibile trovare un posto di quelli contrassegnati dalle strisce verniciate in blu. Ebbi fortuna e mi concessi il tempo per un caff. Varcai l'antica porta e L'orto di casa, un ortofrutta che si era inizialmente trasformato in un negozio di alimentari e poi in un posto dove mangiare un primo, degli affettati, un panino variamente assortito e della verdura cotta.
"Ciao Franco, buongiorno!", esordii per salutare il titolare, un coetaneo simpatico e gioviale.
Il posto non era adatto per prendere un caff ma il clima informale e rilassato che pervadeva l'ambiente, rendeva il luogo assolutamente originale. Non per niente a pranzo risultava complicato trovare una seduta e i molti giovani che lo frequentavano si adattavano a mangiare in piedi.
"Buongiorno Andrea", rispose con familiarit. Si gratt la barba, folta e nera, con la parte del polso libero dal guanto di lattice azzurro. Abbass lo sguardo sul pezzo di porchetta a cui stava incidendo la cotenna crostificata dalla cottura e inizi la conversazione.
"Un giorno io e te dovremo parlare e tu dovrai spiegarmi un sacco di cose".
Immaginai dove volesse andare a parare e non mi sottrassi al confronto.
"Dimmi", lo esortai.
Pos il coltello sul tagliere quasi completamente occupato dalla porchetta.
"Sono confuso.", dichiar, "Ma noi siamo ancora di sinistra?".
"Certo!", risposi senza esitazione, "Il problema  che secondo me si potrebbe anche verificare il caso che la propriet dei mezzi di produzione smetta di essere collettiva e passi sotto il controllo privato del capitale. Per  un'ipotesi remota, che non credo potr mai verificarsi".
Un paio di avventori prestarono attenzione ai nostri ragionamenti.
"Cio", riprese Franco, "secondo te non rischiamo che il controllo delle comunicazioni, della sanit, delle poste, dell'acqua e dell'energia elettrica passi nelle mani dei capitalisti?"
"Lo escludo categoricamente compagno", ironizzai.
I due curiosi finalmente capirono il tono faceto del nostro discorso e si lasciarono andare a un sorriso.
"Secondo te Gionni mi pu fare un caff?", domandai.
"Prova a chiederlo a lui", mi disse indicandolo.
Gionni era un utente del dipartimento di salute mentale e aveva un impiego presso L'orto di casa in qualit di lavoratore in regime di svantaggio sociale.
Bevvi il caff nel bicchiere di plastica e contai ottanta centesimi che pagai alla cassa.
"A parte gli scherzi", mi sussurr Franco richiudendo il cassetto dei soldi, "qui tanti commercianti stanno guardando con simpatia quelle merde fasciste di Gladio 18. Molti pensano che le soluzioni delle passeggiate per la sicurezza siano le uniche possibili per garantirsi incolumit e controllo del territorio. Prato sta smarrendo la propria identit antifascista e sta diventando una fogna a cielo aperto". Abbassai gli occhi e borbottai un saluto a caso corroborandolo con l'appellativo 'compagno' che suon stanco e avvilente.
La visita a Franco e il successivo colloquio pi tardi non mi sembrarono infruttuosi.
Con le sue parole in testa mi introdussi nella sala grande della Camera di commercio.
"Da cinquantatr che eravamo", stava spiegando uno dei coordinatori dell'iniziativa che parlava al microfono, "oggi siamo oltre cento. Moltissimi nuovi volontari hanno richiesto di essere aggiunti alla chat con cui comunichiamo. Tanto che ora stiamo ragionando su come organizzare e distribuire al meglio il lavoro. Se prima le macchine in giro erano mediamente una decina, coadiuvate dalle vedette di quartiere, 
oggi sono pi di venti e possiamo coprire pi aree del territorio". Scorsi al tavolo della presidenza Francesco Degli Esposti, l'anziano commerciante che sembrava interessato all'acquisto di quote della mia societ di vigilanza armata. Mi persuasi ad avvicinarmi al tavolo dei relatori. Avevo deciso che sarebbe stato opportuno che il vecchio mi notasse.
"Con l'aumento dei volontari si pone ancora pi di prima il problema della riconoscibilit delle auto dei volontari. Una donna residente nella zona del Pino nei giorni scorsi ha scritto su facebook di essere rientrata tardi a casa e di essersi spaventata vedendo un'auto che procedeva a passo d'uomo e che poi si era fermata accanto a lei. Era in realt una macchina di un ragazzo di Gladio 18, uno dei nostri".
Il relatore mi conferm quello che gi avevo appreso dagli organi di informazione. Dietro l'iniziativa dei commercianti, a supporto organizzativo, c'era la struttura fascista finanziata da Francesco Degli Esposti. Continuai ad ascoltare, mentre con la coda dell'occhio vidi che non ero sfuggito allo sguardo del commerciante. Bene, pensai.
"Come distinguere le auto delle ronde da quelle di chi ha cattive intenzioni? Il problema  aperto e difficile da risolvere. Bisogna pensare da un lato alla tranquillit del cittadino e dall'altro alla privacy e alla sicurezza dei volontari. Ci stiamo riflettendo".
Francesco Degli Esposti accese il proprio microfono.
"Occorrer confrontarsi con le forze dell'ordine sul tema. Il lavoro di questi volontari  positivo e ha gi portato a dei risultati, sempre affiancato a quello delle forze dell'ordine. Personalmente trovo che a volte sui social si tenda ad esasperare un po' il clima di insicurezza, citando quello che accade in altre citt: meglio restare sulla realt di Prato e risolvere i nostri particolarissimi problemi".
Decisi di allontanarmi. Il quadro era abbastanza chiaro. Immaginai cosa passasse nella mente di chi si arruola nelle ronde per la sicurezza cittadina e quali dinamiche innescassero questi gruppi nei rapporti sociali. Mi era bastato guardare i partecipanti all'iniziativa per rendermene conto. Giovani con i capelli rasati erano mischiati a ex militari, a me noti per motivi professionali, e a uomini e donne di mezza et, variamente vestiti. Persone lontanissime culturalmente ma accomunate dallo spasmodico bisogno di vedere preservate le proprie prerogative, le proprie individualit. Da una parte i depositari della mitologia sulla
superiorit della razza italica, dall'altro la piccola borghesia atterrita dal senso di insicurezza economica e sociale a cui era stata improvvisamente costretta. Che ci fosse dovuto all'aggressivit economica della grande distribuzione, alla globalizzazione e non agli immigrati extracomunitari, oggetto dei loro peggiori commenti in sala, era una verit che non potevano affrontare. Ci avrebbe costretto i fascisti e i piccoli borghesi a ben altre battaglie, a nemici pi potenti di quattro disgraziati che arrivavano sul territorio della citt tessile. Citt dipinta di nero, secondo un vecchio detto fiorentino: Prato, citt dello sconforto. O piove, o tira vento, o suona a morto.
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11. L'INDAGINE DEL SINTO.
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Parcheggiai l'auto di fronte al liceo scientifico che avevo frequentato trentanni prima. L'istituto rimaneva l'ultimo edificio italiano posto al confine con la parte della citt dall'identit cinese. Le vie Pistoiese e Filzi, e tutte le traverse tra le due strade, erano state occupate da esercizi, bar, ristoranti, mini market, negozi di abbigliamento e gioiellerie cinesi. L'ufficio di statistica del Comune di Prato aveva censito oltre ventitremila cinesi ma nessuno a Prato avrebbe scommesso sulla congruit del numero rispetto alle effettive presenze. Le strade brulicavano di orientali, i bar per giovani offrivano bevande a base di t e frutta ed erano pieni di adolescenti e ragazzi di seconda, se non terza, generazione. Le rosticcerie lavoravano a ciclo continuo. Le sale da gioco, dai vetri oscurati, davano ospitalit in cambio della perdita di quanto un uomo potesse guadagnare spegnendo la propria vita nei laboratori di confezione. Di questi ne erano sorti a centinaia nella parte industriale della citt e il pronto moda e i magazzini rimanevano aperti ventiquattro ore al giorno. Non si contavano i tir provenienti dall'est Europa che si fermavano in prossimit dei magazzini il tempo necessario a caricare tessuti e abiti da riportare in Polonia e da l oltre il confine della comunit europea. Il volume del lavoro effettuato dalle confezioni cinesi sopravanzava quello che a Prato le industrie tessili autoctone potevano produrre. Era evidente che nella citt laniera arrivasse materia da lavorare nelle confezioni provenienti da altre parti del mondo. Prato si era trasformata profondamente negli ultimi tre lustri. Il mutamento aveva interessato il modello produttivo, la struttura economica e sociale. Ci lasciava presagire un ulteriore cambiamento: quello del governo della citt.
Attraversai il piccolo posteggio in cui erano state parcheggiate macchine di grossa cilindrata. Presumibilmente di propriet dei cinesi della zona, erano l'oggetto d'invidia dei molti italiani che vedevano in esse il passaggio simbolico della ricchezza dalle loro tasche a quelle orientali. L'invidia socioeconomica si era accentuata nel periodo in cui l'ascensore sociale aveva subito un guasto apparentemente irreversibile. I pratesi impoveriti, per lo pi artigiani, commercianti, operai e piccoli imprenditori invidiavano quelli leggermente pi benestanti di loro. Mi tornarono in mente alcuni articoli letti durante il mio periodo universitario. Secondo alcuni studiosi l'invidia e la gelosia, se volte in positivo, diventano il propellente indispensabile alla crescita e allo sviluppo. La quantit di propellente distribuito a Prato aveva superato il livello dell'indispensabilit e tale eccedenza rischiava di trasformarlo in esplosivo. La citt e il distretto produttivo non avevano retto il confronto con la globalizzazione delle merci e del commercio. Per di pi la classe imprenditoriale aveva ritirato i propri capitali dal sistema produttivo e aveva rivolto la propria attenzione allo scintillante mondo della speculazione finanziaria. Nessuno, grande o piccolo imprenditore, aveva accettato la sfida del nuovo equilibrio economico mondiale. Ognuno aveva preferito, piuttosto che impegnarsi in innovazione di processo e di prodotto, denigrare e odiare apertamente il proprio vicino. Quando questo presentava i tratti somatici dell'Estremo Oriente, l'invidia cominciava ad assumere caratteristiche razziste e populiste. Per quel mondo lontano, insediatosi nel cuore economico e nei pressi del centro della citt, io non provavo altro che curiosit. A cominciare dalla cucina, che apprezzavo per variet e facilit di digestione.
Vibr il cellulare. Nonostante la temperatura non fosse mite e il cielo adombrasse la pioggia tra le proprie possibilit, risposi alla chiamata prima di entrare nel locale che avevo scelto per il pranzo. Era il mio dipendente sinto, cui rivolsi uno sbrigativo "Dimmi". Aveva bisogno di vedermi per raccontare ci che aveva scoperto. Gli detti appuntamento al bar Sogno d'Oriente nel quale entrai appena chiusa la telefonata.
Mi accomodai su uno sgabello posto di fronte al banco e ordinai del Ramen, ovvero degli spaghetti cotti in un brodo insaporito con soia e un po' di verdura. Il piatto, di origine giapponese, arriv servito in una scodella variamente colorata. Lasciai che la pietanza stemperasse il calore che valutai eccessivo. Mi limitai a mangiare una met di uovo sodo che era stato aggiunto alla fine della cottura degli spaghetti. Proseguii mangiando il pezzo di pancetta e, successivamente, raccolsi con le bacchette la foglia di verdura che guarniva il piatto. La mangiai non senza fatica e producendo un fastidiosissimo rumore a cui la ragazza dietro il banco non dette n ascolto n importanza. Gli spaghetti continuavano a sembrarmi troppo caldi. Mi voltai verso la libreria appoggiata
alla rampa di scale che portava ad un'ampia sala dove avevo pranzato tempo addietro con la mia amica Mariella. I libri inseriti davano l'impressione di essere stati maneggiati in poche occasioni e, al tempo stesso, di non essere in vendita. Immaginai piuttosto che potessero essere oggetto di prestito temporaneo. Sogno d'Oriente era il primo posto che a chinatown offriva libri alla clientela orientale. Non avevo visto una libreria, n scaffali con libri, nei vari negozi della citt cinese di Prato. Pensai a quanta distanza ci fosse tra noi e un popolo che non considera la narrativa un elemento su cui costruire una parte della relazione sociale e dell'interpretazione della realt.  pi facile comunicare con qualcuno con cui condividiamo delle letture piuttosto che con qualcuno che non sente la necessit di confrontarsi con il silenzio di cui un libro, generalmente,  causa.
Vissalm mi buss alle spalle proprio quando avevo preso la decisione di addentare gli spaghetti del Ramen. Mugolai un saluto e lo invitai con un gesto ad aprire la carta del men lasciata accanto alla scodella che mi era stata servita.
"Avessi voluto mangiare carne di cane avrei accettato di assaggiare quella dei miei amici Rom slovacchi", disse allontanando da s il men plastificato. "Mi prepari un caff", ordin con tono dubitativo alla barista. Quindi, senza attendere risposta, attacc.
"Il figlio del Forlai trascorre il proprio tempo al Prestigial". Ricordai di essere passato infinite volte davanti a quella sala giochi per adulti, posta sulla rotonda d'ingresso alla citt per chi, superato il museo d'arte contemporanea, avesse percorso altri cinquecento metri lungo la via di alto scorrimento, a pi corsie, che attraversa la citt.
"Che dicono di lui?", chiesi a bassa voce.
"Niente di che.", rispose, smettendo di girare il cucchiaino nella tazzina da caff, "Che  uno sfigato, dicono; uno senza palle ma nessun debito di rilievo, qualche birra di troppo durante il fine settimana, nessuna donna a consolare le sue innumerevoli sconfitte al gioco, generalmente macchinette mangiasoldi in stile Las Vegas" Si sofferm per verificare che avesse la mia attenzione. Lo guardai e prosegu: "La puttana del locale ha una faccia che mi  nota".
Odiavo l'ipocrisia e la finta riservatezza. "Come si chiama?", chiesi, fermando il mio invito alla chiarezza alla richiesta di quell'informazione.
"Roberta. Cio adesso si fa chiamare cos ma credo di averla conosciuta come Tamara. Adesso che sei passato alle cinesi non la vedo pi entrare nel tuo ufficio quando ti girano i coglioni", rilanci passando il limite.
Lasciai una banconota da dieci euro sul bancone del Sogno d'Oriente. Uscii dal locale, cercai sulla rubrica del cellulare il nome XXX e digitai l'icona di chiamata. XXX non era raggiungibile. Mi raggiunse invece Vissalm. Stava cominciando a piovere.
"Se riprovi a farti di nuovo i cazzi miei, ti caccio a calci nel culo. Voglio vedere come te la cavi a cinquant anni senza un lavoro come questo", sbottai di brutto. Vissalm accus il colpo. Gett a terra la cicca appena accesa ma non chin il capo, guardandomi sorpreso.
Non permettevo a nessuno di guardare nel buco della serratura della mia vita. Mettere in luce ci che di per s appare buio pu aprire la strada ai mostri lasciati sopiti. E io avevo gi abbastanza guai per farmene cercare di nuovi da altri.
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12. XXX.
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Tenevo entrambi i suoi seni tra le mani mentre XXX mi scuoteva il membro. Non dur molto e mi feci bastare il tatto, visto che ricordavo la sua ritrosia alla nudit. Le strinsi forte il petto, sotto il maglione scollato che non aveva tolto. La solita sensazione di freddo, finita l'eiaculazione, mi aggred alle spalle. Non ricordavo pi se avevo iniziato ad andare con le puttane perch incapace di rapporti sereni con le donne o se, al contrario, i miei rapporti di coppia non erano tranquilli perch mi accompagnavo solo con prostitute. Ma il ghiaccio che mi sferzava alla fine di ogni rapporto sessuale era l'unica sensazione, quella s -che rimaneva fissata in memoria, da sempre.
"Ne ho incontrati molti, credimi", attacc mentre provavo a smacchiarmi i pantaloni lordi con un fazzoletto di carta. La pioggia colpiva il lunotto posteriore dell'auto parcheggiata nella periferia industriale di Paperino, frazione non troppo distante dal Prestigial dove ero passato a prendere XXX. Mi aveva richiamato un minuto dopo essermi allontanato dal Sogno d'Oriente. Non intendeva perdere tempo e soldi per darmi le informazioni che ricercavo sul figlio del mio amico Lupo, morto da poco tempo e mia nuova indagine commissionata dalla sua amante. L'avevo rassicurata; l'avrei pagata per il tempo che le avrei fatto perdere. L'atto masturbatorio, per iniziare, non ne aveva portato via molto.
"Quelli che pagano le donne per vizio hanno dei seri problemi. Quasi mai sono uomini felici. Di solito hanno una vita sentimentale sofferta e disastrosa", continu.
XXX non aveva un nome, almeno per me, ma certamente aveva un'insolita voglia di discorrere.
"Sono soli, separati oppure se hanno una relazione la vivono senza affetto, superficialmente, pensando alla forma, non alla sostanza", sentenzi.
La digressione didascalica sulla psicologia del puttaniere era quanto di meno opportuno per il mio umore, gi abbastanza incupito dalla situazione in cui versava la mia azienda, aggravata dalla morte del mio amico, cesellata dalla pioggia insistente che rendeva il cielo oltremodo plumbeo. Provai a interromperla mentre una fitta di dolore mi attravers l'uccello. Non feci a tempo e lei continu, con quel suo accento pratese.
"Naturalmente danno la colpa alle loro fidanzatine e alle loro mogli, incapaci di capire i loro intimi desideri che, poi, immancabilmente, sono sempre gli stessi...". Aggiust il reggiseno mentre restavamo seduti nella parte posteriore dell'auto, riparati da sguardi indiscreti dal fum dei finestrini. Poi riprese, specificando quali fossero i loro intimi desideri: "Farsi gli affari propri incuranti degli altri. All'inizio ci sembrate tutti normali. Crediamo di intravedere qualche tratto di umanit tipica delle brave persone. A momenti fate pure tenerezza, e questo spesso ci frega. In realt si tratta pi precisamente di pena".
La chiacchierata cominciava a diventare troppo lunga e improduttiva. Se ne rese conto e dopo il lungo preambolo arriv al punto.
"L'amico di cui chiedi notizie non  quel genere di persona. Il demone che porta con s non ha le mammelle che tu mi hai martoriato. Il suo problema  il gioco, come per altri potrebbe essere la cocaina, o il bere. Una dipendenza come un'altra". Era arrivata al punto per il quale avevo sfilato le quattro banconote da cinquanta euro e che lei aveva incassato e nascosto rapidamente, senza neanche farmi intuire se in tasca, negli slip o nella borsetta plastificata.
"Non mi chiedi, anche tu, perch faccio questo lavoro?", disse sarcastica e sprezzante.
"No. Non  normale domandare le ragioni della scelta di un lavoro a un'assistente alla poltrona, a un cancelliere della procura, a un vigile del fuoco. Men che meno  normale o mi interessa perch tu faccia il tuo". Ero piccato e avevo poca voglia di intrattenermi con una puttana dopo un miserrimo amplesso. Mi interessava, piuttosto, sapere di pi del figlio di Lupo.
"Senti, mi interessa sapere del Forlai. Hai notato movimenti strani negli ultimi tempi?", insistetti.
"Nei duecento euro non ci stanno la sega e tutte queste informazioni", rispose altrettanto piccata. Si sentiva che voleva essere offensiva.
Passai al contrattacco.
"Ascolta: a me non importa se ti sei innamorata del Forlai, poich unico uomo a cui non interessa comprarti. A me interessa sapere se
ha fatto cose strane, tipo acquisti costosi o cazzate del genere". Fui pi preciso e convincente. "Guarda, il tuo innamorato  nella merda e tu sai che mestiere faccio. Sono l'unico che lo pu tirare fuori dalla palude di cacca in cui sta sprofondando". Mentii, bluffai ma colsi nel segno. La sua voglia di raccontarmi del figlio di Lupo tradiva il suo interesse e averlo descritto in pericolo la convinse ad andare avanti.
XXX scese dell'auto, dalla parte posteriore, per risalirvi rapidamente sedendosi accanto al posto di guida. Feci altrettanto e nel brevissimo tratto tra il retro e il davanti dell'auto mi bagnai a sufficienza da giustificare la bestemmia che tirai apertamente.
"Allora?", ribadii, tradendo la mia impazienza.
"Allora  un po' che non viene al Prestigial. Tempo fa mi salut come se dovesse essere un addio. Si limit a dirmi che avrebbe fatto un viaggio in Svizzera, che sarebbe stato via un bel po' e che forse non sarebbe pi tornato, se non per il funerale del padre, malato e senza scampo".
Rimase in attesa di una mia risposta. Scrut se sul mio volto si formasse un'espressione qualsiasi. Anche una smorfia, immaginai, le sarebbe potuta andare bene.
"Brutta affermazione. Non gioca a suo favore.", sussurrai, certo che XXX mi avrebbe comunque sentito. "Adesso per favore esci, che devo andare", le intimai, mentre un senso di nausea mi vagava tra la bocca e lo stomaco.
"Stronzo. Sei uno stronzo!", disse a voce alta, "Non lo vedi quanta acqua viene gi?".
Mi frugai in tasca e tirai fuori un'altra banconota da cinquanta.
"Hai delle belle tette.", mi giustificai, "Chiamati un taxi". Sbuff platealmente.
Accesi il motore e partii subito dopo che la vidi dall'altra parte della strada, riparata dalla pensilina del bus. Mi salut mostrandomi il dito medio. Sempre meglio che niente, mi assolsi.
Chiamai Vissalm, che rispose immediatamente, come fosse gi in attesa.
"Cosa sappiamo della puttana di cui parlavamo prima?", chiesi senza neanche salutare. Come immaginavo Vissalm aveva preso tutte le informazioni sulla donna al tempo della frequentazione nel mio ufficio della Global Security.
" senza figli, fa la spola tra la casa dove esercita in via Marco Rondoni, al 123, e il Prestigial. Ha 37 anni ed  gi sul viale del tramonto. Ha per una clientela di disperati abbastanza folta e selezionata. A met dei suoi studi universitari, nel 2006, fallisce l'azienda tessile di famiglia e si ritrova a doversi mantenere gli studi. Gli studi restano sospesi e si fa assorbire dal gorgo della prostituzione", disse tutto d'un fiato Vissalm, con tono sollevato. Le sue indagini non richieste, immaginai avesse pensato il sinto, erano tornate utili a qualcosa. Io invece non mi sentivo per niente rassicurato. Su una cosa, per, aveva ragione Vissalm. Ero anch'io annoverabile tra i disperati, clienti o meno della donna. Anche XXX non era meno sconfitta dalla vita di quanto lo fossi io o un qualsiasi altro avventore. Ognuno prigioniero del proprio boia, pensai esprimendo la seconda bestemmia nell'arco di pochi minuti, in una galera che assomiglia a un labirinto intricato dalla natura perversa.
Un labirinto atipico, senza via d'uscita.
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13. LA SECONDA VERIT SULLA MORTE.
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"Cosa si pu andare a fare in Svizzera?", chiesi a Vissalm.
Il sinto si protrasse in avanti dalla sua seduta di fronte alla mia scrivania e rispose a colpo sicuro: "Si va in Svizzera a portare valori da nascondere al fisco". No, feci cenno, risposta sbagliata.
Mi accomodai meglio sulla sedia del mio ufficio alla Global Security.
Vissalm si guard la mano destra e apr quattro dita, una ad una. Ogni dito era un'idea scartata: sci, escursioni, cioccolata, orologi. Tutte idee inconcludenti rispetto al nostro interesse. Il giovane Forlai non si era recato in Svizzera per nessuna delle ragioni che generalmente muovono i turisti. Ricordavo una vecchia gag di un comico locale, nato nell'aretino ma cresciuto a Vergaio, frazione a ovest di Prato, la citt pi industrializzata del centro Italia. Secondo il comico, che ben aveva rappresentato lo spirito dei frequentatori dei circoli comunisti del luogo, la Svizzera fondava la sua ricchezza su tre o quattro cose tipiche. Ai tempi della gag, tuttavia, neanche l'avanzatissima Svizzera manifestava un'ulteriore caratteristica.
"In Svizzera si va a morire", esclam il mio collaboratore, che poi approfond: "Suicidio assistito o eutanasia. Insomma, si muore in pace con un'iniezione e senza soffrire".
"Si muore in pace", precisai, "o si impara ad uccidere chi vuole morire in pace". Un atto misericordioso, o un omicidio secondo altri punti di vista, del figlio nei confronti del padre ammalato? Sicuramente per la legge italiana si sarebbe trattato di un omicidio, pertanto perseguibile. Chiss cosa ne pensava del suicidio assistito la mia cliente, dottoressa Ersilia Coppola... Decisi di seguire quella pista, senza per esimermi dal confronto con Vissalm.
"Secondo te il giovane Forlai potrebbe essersi prestato a un'operazione del genere?", dissi, quasi vergognandomi di avere usato la parola operazione, come se l'uccisione di un padre, o di qualsiasi essere umano, fosse paragonabile ad un intervento chirurgico o comunque annoverabile tra gli atti professionalmente rilevanti.
Vissalm non fu generoso con il giovane Forlai. "Il ragazzotto  un
debole dipendente dal gioco. Un perdente e, quindi, per sua natura, impossibilitato a vincere la paura che la fine di una vita impone a chiunque se la trovi di fronte".
Mi agitai, insofferente per l'analisi che il mio collaboratore aveva argomentato. Di fatto Vissalm aveva distrutto la mia ipotesi e affossata la mia pista.
"Tutti psicologi, oggi", masticai, amaro, tra i denti.
Il sinto si corresse. "Non ho detto che  impossibile; dico che  improbabile. Comunque ogni problema ha tre soluzioni: la mia soluzione, la tua soluzione e la soluzione giusta".
Quanta saggezza, pensai. Il popolo dei sinti ne aveva vissute talmente tante nella propria storia, persecuzioni e cacciate, schiavit e deportazione nei campi di concentramento, che non mi sorprese fosse stato in grado di elaborare pensieri profondi. Ringraziai e lo congedai.
Il vibrato del cellulare appoggiato sulla scrivania mi avvert di un messaggio in arrivo: "Avremmo dovuto vederci ieri. Ricordi? Invece neanche una telefonata o un messaggio...". I tre puntini di sospensione terminavano il messaggio che Mariella si era infine risolta ad inviarmi, visto il perdurare del mio silenzio. Mi aspettavo qualcosa del genere. Continuavo a tradire le sue aspettative e mi illudevo che ci potesse significare, per lei, un messaggio chiaro per quanto non troppo diretto. Avrei dovuto risponderle che non intravedevo in quella relazione alcuna ragione plausibile, affinch potesse continuare. Volevo evitarmi la pena di trovare le parole giuste per chiudere quello che non si era mai aperto. Vigliaccheria, la mia. Ne ero consapevole. Mi assolvevo dicendomi che mai avevo dato speranza ad un rapporto formale, senza tenerezza e senza una frase spesa declinando verbi al futuro.
Mentre cercavo la dottoressa Coppola tra i miei contatti sul cellulare, arriv un altro messaggio. Cominciavo a stancarmi dell'insistenza gentile di Mariella. Aprii whatsapp e invece che Mariella trovai una richiesta di aiuto. XXX non lasciava intendere molto ma aveva scritto in modo perentorio: "Ho necessit di vederti. Subito. Ho un problema serio a casa. Via Roncioni 123. Pago bene". La signora XXX aveva capito della messaggistica whatsapp pi di quanto generalmente fosse noto anche negli ambienti malavitosi. Whatsapp, infatti, non  soltanto un mezzo di comunicazione gratuito che corre su internet ma  anche
difficile, seppur non impossibile, da intercettare e tenere sotto controllo. Guardai oltre la finestra del mio ufficio. La pioggia sembrava volere continuare a fare pulizia del mondo. Continui scrosci d'acqua vergavano le finestre della mia azienda in pericolo di acquisizione da parte di investitori sovranisti, e rimbalzavano sul cemento e sull'asfalto di una citt che non mi era sembrata mai cos oscura come negli ultimi tempi.
Il cellulare vibr di nuovo. Era il vecchio fascista che mi comunicava luogo, ora e parola d'ordine per la riunione della sera.
"Stasera riunione in via Strozzi, alla sede di Gladio 18. Ore 21:30. Dichiarare Forte come la morte all'ingresso". Quindi per gli invasati di Gladio 18 la morte era forte?
Controllai se la pistola riposta nel mio zaino fosse pulita e pronta all'uso. Non che avessi intenzioni bellicose ma portarsi dietro un ferro senza avere la certezza del suo funzionamento sarebbe stato inutile, se non addirittura controproducente.
La Lifecard 22 appariva pronta all'uso nonostante il suo apparire, camaleontica e mimetica, come una scatoletta porta carte di credito.
Infine chiamai la dottoressa Coppola.
"Pronto?", rispose al secondo squillo.
Cominciai, trascurando i convenevoli: "Il giovane Forlai si era assentato dall'Italia in un periodo antecedente alla morte di Lupo". Mi sforzavo di non chiamare il giovane per nome. Lo avevo conosciuto anni prima e non potevo avere dimenticato che si chiamava Andrea, come me. Mi dava fastidio, piuttosto, mostrare familiarit con colui che avevo messo al centro delle mie indagini.
Proseguii non avendo percezione che la mia interlocutrice avesse necessit di interrompermi. "Svizzera", dissi.
"Non so cosa possa significare", confess l'amante del mio amico Lupo.
"Probabilmente era andato ad acquistare un kit per il suicidio assistito. In Svizzera  una pratica legale". La mia frase non suscit una reazione immediata. Rimasi in silenzio, fintanto che la sentii singhiozzare.
"Lupo mi aveva chiesto di aiutarlo ma io mi ero ritratta. Ero spaventata e speravo in un miracolo". Ersilia Coppola si era finalmente aperta alla manifestazione del dolore, della disperazione.
"Niente di certo, le assicuro che approfondiremo. Comunque ogni
problema ha tre soluzioni: la mia soluzione, la tua soluzione e la soluzione giusta", affermai, citando il mio collaboratore Vissalm e quello che credevo fosse un proverbio sinto.
La dottoressa Coppola cambi subito registro, facendosi aggressiva: "Bella citazione di Platone, complimenti. Ora cerchi di arrivare in fondo alla vicenda che non ce la faccio pi a rimanere all'oscuro di chi sia l'assassino di Lupo. Voglio tutta la verit sulla sua morte".
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14. LA FINE DEL TRADITORE.
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La prostituta che aveva chiesto il mio aiuto aveva mantenuto la calma necessaria, nonostante la tensione che traspariva dal messaggio precedente, per scrivere su whatsapp altre istruzioni chiare e non equivocabili: "Sali al terzo piano e fai il corridoio a destra. Bussa tre colpi e poi ancora due".
Varcai il portone di ingresso che introduceva nel palazzo e salii la breve rampa che immetteva in un residence anni ottanta costruito tra la tangenziale e le porte di accesso al centro storico della citt. Pi di un centinaio di appartamenti abitati da un'umanit varia come era stato facile intuire leggendo i cognomi riportati sui campanelli. Cinesi e pakistani, italiani meridionali, albanesi, famiglie dell'est Europa e rumeni vivevano racchiusi in una babele con parcheggio e giardinetto a fianco.
Tentai di scuotermi di dosso l'umido di una pioggia che bagnava ininterrottamente la citt da pi di un giorno.
Feci due piani a piedi dopo che l'ascensore si era fermato poco oltre il primo piano. Avevo dovuto forzare le porte perch si aprisse e mi lasciasse raggiungere l'appartamento di XXX. Bussai come da istruzioni e sentii lo spioncino della porta aprirsi e subito richiudersi. Mi fece entrare.
"Sei solo?", domand subito, "Ti hanno seguito?".
Era pallida e agitata. Indossava una vestaglia color giada con l'effige di un dragone rosso e oro a impreziosire una figura ben tornita e non molto alta.
"Sono solo e non mi hanno seguito. Nessuno  abbastanza idiota da mettersi in giro con questa pioggia". Parlare del tempo non mi era sembrata una brutta idea mentre scrutavo cosa potesse nascondersi di allarmante nei pochi locali, forse due o tre, dell'appartamento della donna.
Se ne accorse e mi invit a seguirla lungo il breve corridoio posto al fianco del cucinotto. Apr la porta dell'ultima stanza che immaginavo essere la camera da letto. Non entr ma mi fece cenno di andare a vedere.
Sul letto giaceva il corpo di un uomo nudo e apparentemente senza vita. Il corpo, tatuato, era riverso sulla pancia e le mani erano ammanettate dietro la schiena. Intorno al collo restava saldamente arrotolata una corda di seta rossa. Ricordai alcune letture fatte su alcune pratiche sadomaso. La limitazione dell'afflusso di ossigeno al cervello determina l'accumulo di anidride carbonica che induce sensazioni di euforia e la conseguente intensificazione dell'orgasmo. Nel caso del cliente di XXX la carenza di ossigeno ne aveva determinato la morte. Generalmente era il cuore a portare tragicamente a termine il gioco erotico. Con un finale diverso da quello auspicato dall'impiccato. Un arresto cardiaco determinato da fibrillazione ventricolare al posto di un orgasmo era stato il finale di partita del giovanotto disteso sul letto di lavoro di XXX.
"Era sempre alla ricerca del rischio. Quando entrava in casa pretendeva che lo perquisissi. Ogni volta si faceva trovare un coltello addosso o qualche altra arma e qui partiva la fantasia, il gioco di ruolo. Mi chiedeva di insultarlo e di chiamarlo traditore", disse XXX dietro di me.
Notai come tentasse di non guardare il morto. Al contrario, io non riuscivo a togliere lo sguardo dal corpo del cliente. La dinamica mi sembrava chiara: incidente durante una pratica sadomasochista a pagamento. Le manette strette intorno alle mani, diventate blu a causa dell'asfissia indotta dalla corda, non avevano permesso all'uomo di avvertire la sua padrona che il gioco stava diventando troppo duro. Ammesso che se ne fosse accorto, poich durante l'asfissia erotica il cuore cede senza avvertimento.
"Le sue fantasie masochistiche erano cresciute negli ultimi tempi. Aveva iniziato chiedendomi di soffocarlo brevemente, facendomi sedere sulla sua faccia. Ma le ultime volte aveva preteso di alzare il livello del rischio. Dio mio, che faccio adesso?", continu XXX, chiudendosi il volto tra le mani.
Mi avvicinai al cadavere e lo coprii con un plaid che avevo raccolto dalla poltrona in pelle nera a fianco del com su cui si trovavano in bella mostra un paio di fruste e un fallo di gomma. Mettendo la coperta sul corpo esanime, lessi sulla schiena, ormai fredda, la scritta tatuata che campeggiava sotto un'aquila che, contornata da una corona di alloro, affondava i propri artigli in un fascio littorio. Semper fidelis era il motto impresso sulla pelle dell'uomo. Il tatuatore aveva utilizzato il classico carattere gotico, tanto caro alla destra nazista a cui evidentemente l'uomo si ispirava per illustrarsi il corpo. Notai cos anche un altro tatuaggio sul collo, posto sotto l'orecchio sinistro: un teschio con una rosa in bocca. Su entrambi i tricipiti aveva fatto incidere due fasci littori sotto i quali campeggiavano le scritte Dux, a destra, e Patria, a sinistra.
Mi voltai verso XXX che aveva lo sguardo fisso verso un punto indefinito, oltre le finestre chiuse dalle tapparelle.
"Non  abbastanza tardi per portare via il corpo. Rischio di incontrare qualcuno nel trasferimento", dissi estraendo il cellulare dalla tasca e cominciando a scattare fotografie.
"Per di pi l'ascensore non funziona. Devo studiare come portarlo via...", aggiunsi continuando a scattare fotografie.
"A che ti servono tutte quelle foto?", mi chiese preoccupata la prostituta.
"Avevi detto che mi avresti pagato bene, ricordi?", domandai senza tradire l'emozione che mi stava prendendo.
"Certo che ricordo, e intendo farlo", rispose rapida e senza indugi.
"Queste foto mi garantiranno la certezza del tuo pagamento. Per altro ho appena deciso che sar in natura, almeno un paio di volte al mese. Diciamo una entro il giorno cinque e l'altra non oltre il venti. Fino a che non mi annoier". Mi sorpresi per la tranquillit con cui descrissi la formula contrattuale con cui intendevo riscuotere il pagamento per il mio lavoro.
"Sei un bastardo, vile, un essere indegno e volgare. Mi fai schifo", mi accus.
Era vero, sentivo che dentro di me si era rotto un argine e continuai. "Vedi, adesso io ho queste foto e tu invece hai un cadavere sul letto. Hai scelto me tra i tanti che avresti potuto contattare. Evidentemente ti sono sembrato abbastanza bastardo per occultare un cadavere. Effettivamente lo sono e questo  il contratto: due incontri al mese. Non mi sembra molto dato che l'alternativa  un decennio di gabbio a Sollicciano".
Era atterrita e al contempo arrabbiata per la situazione in cui si era infilata.
"D'accordo bastardo. Ma ricordati, farai una brutta fine", disse a denti stretti.
Mi sorpresi a sorridere nonostante la circostanza fosse tra le meno divertenti in cui mi fossi mai trovato.
"La mia fine non sar peggiore di quella di questo traditore", sentenziai uscendo dalla porta dell'alcova.
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15. UN LAPSUS.
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Prima di chiudermi la porta dell'appartamento della prostituta alle spalle, un'idea mi fulmin. Rientrai e mi diressi nel salotto, dove immaginai che XXX si fosse spostata. Impattai contro il suo sguardo nervoso.
"Quale arma aveva indosso il tuo cliente stasera?", le intimai puntandola negli occhi.
La donna si lasci cadere sul divano e indic una vetrinetta.
Era una Glock 17 o 19, pistola austriaca che avevano tentato di vendermi alla Global Security per armare i miei uomini, gli addetti alla sicurezza. Quasi seicento euro cadauna, ma solo se ne avessi comprate almeno venti. Non ne feci di niente, conscio del fatto che i vigilanti meno tirano fuori la pistola dalla fondina e meglio  per tutti, loro per primi.
Estrassi un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e con quello in mano agguantai il ferro. Lo infilai nella tasca posteriore del mio zaino. Uscendo dalla stanza, notai delle chiavi appese a un chiodo accanto allo stipite.
"Sono le chiavi di questa casa?", domandai.
XXX annu rimanendo accasciata sul divano.
Erano tre chiavi. Ripresi la conversazione.
"Una apre il portone del palazzo, l'altra la porta di casa. La terza apre una cantina o un garage?".
"Un garage".
"Dove si trova?"
"Accanto all'ascensore, quando scende al piano interrato".
Uscii dal salotto e dall'appartamento portandomi dietro le chiavi e premurandomi di dare quattro mandate alla serratura.
Il parcheggio era al buio e pioveva insistentemente anche se con minore intensit rispetto a quando ero arrivato sotto la casa di XXX. Mi misi alla guida con la testa piena di domande, certo che l'incidente occorso alla donna potesse rivelarsi una buona occasione per cominciare ad estendere il mio controllo
in ambiti che non erano esattamente legali. La prostituzione era sempre stata un mio vizio, una mia patetica perversione. Non l'avevo mai pensata come un'occasione per fare soldi. La mia estrazione piccolo borghese e la mia cultura di sinistra mi avevano sempre impedito di vedere lo sfruttamento della donna, da parte dell'uomo, come una via praticabile e onorevole. Per le ultime vicissitudini, la perdita del lavoro qualche anno prima e l'azienda di vigilanza da me rilevata e ora a rischio di acquisizione esterna, stavano modificando la mia visione delle cose e del mondo.
Non avevo nessuna intenzione di tornare a lavorare sottoposto a un titolare, mettendo a rischio il mio reddito ogni qualvolta questi avesse sbagliato l'investimento o avesse litigato col socio. Non potevo permettermi, a quasi cinquant'anni, di rincorrere i sussidi dello stato o i prestiti degli amici. Peraltro non ne avevo pi, a meno che non considerassi amici l'avvocato Tamanini e il sinto Vissalm. In realt erano un socio e un collaboratore. Il fatto, inoltre, di avere abbandonato la loggia massonica a cui avevo aderito anni prima, ovvero di essere entrato in sonno, come si dice in gergo, mi aveva escluso qualsiasi possibilit di socialit, relegandomi in una solitudine che neanche una brava donna come Mariella era riuscita a mitigare.
Erano quasi le ventuno, secondo l'orologio elettronico posto sul cruscotto dell'auto. Tra pochi minuti sarei dovuto entrare nella sede di Gladio 18 e avrei dovuto partecipare a una riunione organizzativa per l'implementazione dei servizi delle ronde contro le malversazioni della piccola criminalit nelle zone meno sicure della citt. Commercianti e cittadini avevano sentito la necessit di autorganizzarsi per contrastare il fenomeno del piccolo spaccio di quartiere, degli scippi, dei furti con spaccata ai bar, ai tabacchi, agli alimentari e agli outlet di vestiario. La politica di sinistra minimizzava il fenomeno, citando dati apparentemente incontrovertibili con cui tentava di dimostrare come i reati fossero in costante diminuzione, almeno da cinque anni. La destra, invece, trovava nei partecipanti alle ronde la
cultura necessaria per espandere il proprio consenso, controvertendo i dati che la questura rendeva pubblici e postulando tratti di continuit tra microcriminalit e fenomeni migratori. Per quanto indimostrabili, sulla percezione di quei tratti di continuit alimentava la propria ragione politica. La citt aveva perso la propria vocazione di laboratorio di integrazione tra popoli, messa a punto negli anni della grande migrazione dal sud. Almeno un paio di paesi pugliesi avevano trasferito tutti i propri giovani ai telai dei pratesi e tanti erano i calabresi che si erano trasferiti nella citt laniera. In epoche passate avevano aperto centri culturali e culinari in cui si discuteva di incarichi politici e di primariati ospedalieri.
Parcheggiai in piazza Ciardi in cui giorni prima era stata installata una scultura di un maestro empolese raffigurante una fontana, per la verit non dissimile a una mongolfiera, che per l'artista avrebbe dovuto convogliare l'energia dell'universo in quella piazza cittadina. Auspicavo che l'energia raccolta dalla fontana potesse essere positiva ma ne dubitavo fortemente, vista la fase che l'intera citt stava attraversando tra la crisi economica non ancora risolta e le fobie sovraniste scaturite da una percezione della realt distopica e falsata dalla paura come dall'incertezza. Certamente l'energia raccolta dall'opera d'arte non era sufficiente a fermare la pioggia che cadeva senza soluzione di continuit da parecchie ore. Ripensai a quanta simbologia si fosse nel tempo stratificata intorno all'acqua e come questa fosse presente in ogni civilt e in ogni comunit in giro per il mondo. L'acqua come simbolo della vita per gli occidentali si incardina con quello orientale per cui dall'elemento primigenio prende vita il drago, incarnazione del bene supremo. Vita e virt benefica, fecondit e spiritualit: nell'acqua gli antichi e gli alchimisti avevano ritrovato l'elemento primordiale a cui affidare la parte pi preziosa dell'essere. Sentivo l'acqua della pioggia cadere su di me e mi rendevo conto quanto questa non riuscisse pi a filtrare dentro di me. I processi di trasformazione spirituale, di individuazione psichica, avevano lasciato il campo alla mia necessit di sopravvivenza.
La fame e la paura erano diventate le mie compagne preferite e ogni loro desiderio trovava nelle mie azioni la giusta soddisfazione.
Svoltai l'angolo verso via Strozzi, sempre buia in quella parte iniziale, anche nel pi terso mezzogiorno agostano. La sede di Gladio 18 era aperta ma un uomo ben messo e banalmente vestito con jeans e giubbotto di pelle mi si par davanti. Dovevo proferire la parola d'ordine, affinch potesse aprirmi il passo verso la riunione organizzativa delle ronde, parola d'ordine che il vecchio commerciante Francesco Degli Esposti mi aveva confidato a mezzo whatsapp. Una banale precauzione, pensai.
"Bella come la morte", mi affrettai a comunicare all'addetto al controllo all'ingresso.
Mi guard interrogativo. Ricambiai lo sguardo con la medesima espressione. Mi accorsi dell'errore e mi corressi. "Forte come la morte", dissi a voce alta.
Feci per entrare ma una mano sul petto si atteggi a respingermi. L'uomo mi fece cenno di consegnargli lo zaino che intanto era gi riuscito a sfilarmi dalla spalla con una rapidit che mi lasci di sasso. Mi croll il mondo addosso. A casa di XXX avevo messo nella tasca posteriore la pistola del morto. Da quella scoperta avrebbe potuto scatenarsi l'inferno, con volanti della polizia chiamate per la mia identificazione, la consegna dell'arma alle forze dell'ordine, l'identificazione della stessa e la ricerca del proprietario. Magari sarebbero riusciti in tempi rapidi a rintracciare il cadavere, lasciato a marcire a casa di una puttana che, peraltro, stavo ricattando. Maledetta acqua, mi ero concentrato su quella e avevo trascurato di trovare un nascondiglio per la pistola.
"Lui  con me, lascialo passare", pronunci alle mie spalle la voce della mia salvezza, materializzata in Francesco Degli Esposti. Forse la strana installazione della vicina piazza aveva trasferito su di me tutta l'energia di cui avevo bisogno in quel frangente.
Il vecchio commerciante mi prese sottobraccio, pronto a varcare con me la soglia della sede della riunione. Rassicur il
buttafuori e questi mi restitu lo zaino, spiegando: "Si  trattato di un fraintendimento. Per alcuni la morte  bella, per altri  forte.  stato un lapsus, niente pi che un lapsus".
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16. LA CONGIURA DEL POPOLO.
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"Il lapsus che mi ha descritto non va attribuito al caso. Definire la morte bella invece che forte nasconde un conflitto psichico tra ci che lei vorrebbe fare e le tendenze inconsce spesso contrarie al volere cosciente. Il suo lapsus mette in evidenza il suo desiderio. Sa di dovere dire che la morte  forte ma inconsciamente la desidera descrivere come bella".
La seduta dallo psicoterapeuta stava volgendo al termine. Ero stato un fiume in piena. Avevo necessit di portare nell'ambiente protetto della terapia psicologica i miei pensieri, i miei ultimi vissuti. Avevo omesso tutta la parte relativa all'occultazione del cadavere di cui ero stato incaricato da XXX. Mi ero invece soffermato sulla sensazione di fine che mi trasmetteva quell'incessante cadere di pioggia. L'acqua del fiume Bisenzio cominciava a premere sugli argini e il torrente Ombrone stava minacciando di esondazione gli abitanti e le case della vicina Poggio a Caiano. L'acqua, simbolo di vita, che contravviene alla propria natura benefica e vitale ed assume la forma grottesca della punizione. Una madre arrabbiata con i figli peggiori, quelli peccatori. Sentivo pressante la figura di una dea madre con un desiderio di vendetta incipiente, pronta ad essere scaricata sul popolo inerme e ignorante. Sul punto riportato, il professore aveva trovato le parole migliori per descrivere, sinteticamente, le ragioni che avevo provato a rappresentare per leggere le mie sensazioni in chiave analitica.
" come se lei avesse subito un trauma. Un evento dal quale non riesce a prendere le distanze, un'azione compiuta o subita che non la lascia in pace e che sta affondando pervicacemente nella sua psiche", disse facendo seguire una pausa per attirare la mia attenzione, "trasmettendole dolore e smarrimento".
Immaginai che la mia sofferenza fosse palese.
Intanto continu. "Le faccio notare che lei ha identificato nella pioggia incessante di questi giorni una sorta di premonizione, un monito che forze superiori stanno propagando all'umanit che lei ritiene perduta. Lei sembra attribuire la causa delle sue disgrazie, l'azienda che rischia di essere acquisita o il sortilegio di non riuscire ad amare una donna, a qualche genere di ordine cosmico superiore che trova nella pioggia il suo simbolico angelo vendicatore. Questo pu essere di conforto, poich elimina qualunque senso di responsabilit individuale. Questo non  di per s negativo, o almeno non  soltanto negativo".
In realt sapevo benissimo che gli interessi che muovevano l'acquisizione della mia azienda erano terreni e non governati da forze celesti. Non ne capivo pienamente la natura ma non dubitavo che fosse materiale. Non ero completamente d'accordo con l'analisi ma, ritenendola comunque affascinante, decisi di non interromperlo.
"Nel corso dell'evoluzione sappiamo essere sopravvissuti gli organismi che affrontano la realt seguendo il principio della prudenza ma il tema che credo la riguardi  conoscere e sviscerare le ragioni dell'evento traumatico. Che potrebbe essere recente oppure antico ma riaffiorato ultimamente. Questo lo potr chiarire lei, solo lei".
Con questo incarico fui congedato.
Passai dalla segretaria dello psicoterapeuta e versai i cento euro pattuiti. Senza fattura, come avevamo stabilito fin da subito. Non volevo che rimanesse traccia del mio passaggio dallo strizzacervelli. Ci mi sembrava necessario per motivi di riservatezza dovuta all'essere personaggio pubblico. Una tutela evidentemente professionale per me e banalmente fiscale per lui.
"Continua a piovere", sentii dire dalla segretaria, che con tre parole riusc a banalizzare il suo gi scontato sorriso.
Non sentendosi presumibilmente appagata dal silenzio con cui accolsi l'ovviet meteorologica in apertura di una discussione che non aveva n ragione n futuro, tent di nuovo di catturare la mia attenzione.
"Lo sa che leggevo su internet che secondo i ricercatori il riscaldamento globale ha un ruolo, in quanto l'atmosfera, aumentando di temperatura, riesce a trattenere pi acqua, generando piogge pi abbondanti?". La lezione ambientalista aveva colpito la segretaria e lei, al contempo, aveva attirato la mia attenzione. Giovane e verosimilmente dell'est europeo, forse polacca o ucraina, mi si era rivolta in un buon italiano e, per quanto non attraente, decisi di darle spago. Doveva essere dura vivere a Prato aprendo le porte ai clienti di uno psicoterapeuta. Non dimostra pi di venticinque anni, pensai, mentre notavo che cercava di mettere in mostra la mano sinistra, spostando l'agenda dal
centro al lato della scrivania. Non aveva anelli. Rimasi a distanza ma risposi: "E lei sa che i catastrofisti e i complottisti hanno un tratto psicologico in comune? Entrambe le categorie sono composte da persone che vivono una sensazione di impotenza associata alla diffidenza nei confronti dell'autorit". Avevo appena ripetuto una frase che il terapeuta mi aveva consegnato, per cercare di darmi elementi su cui riflettere. Con quei pensieri lasciai lo studio del terapeuta.
I volontari delle ronde che avevo conosciuto la sera prima nella sede di Gladio 18 appartenevano a quelle categorie di persone. Ognuno di loro conveniva con gli altri che l'amministrazione comunale rispondesse a logiche colpevolmente permissive nei confronti degli immigrati, a cui veniva concessa la casa popolare sottraendola agli italiani poveri e meritevoli.
Nessuno dubitava del fatto che il potere giudiziario avesse un occhio di riguardo per gli spacciatori magrebini come per gli zingari che vivono di furti. Mentre sembrava oggettivo il fatto che la guardia di finanza avesse stabilito un patto di non belligeranza con gli imprenditori cinesi che,  noto, evadono il fisco meglio di quanto gli italiani siano mai stati in grado di fare. Senza parlare degli ispettori del lavoro, quelli dell'INPS e quelli dell'Agenzia delle Entrate che, a parere loro, controllavano esclusivamente le aziende italiane lasciando la libert di evasione a quelle straniere. Tutto ci sotto l'attenta regia dei partiti di sinistra che governavano la citt. Alla diffidenza nei confronti dello Stato si sommava una sensazione di impotenza di fronte alle invasioni di merci contraffatte, all'introduzione sul mercato di prodotti di largo consumo a prezzi altamente competitivi, alla carenza di lavoro e di prospettiva per s e per i propri figli. Un operaio mio coetaneo lamentava la gravit del destino per il proprio figlio, rassegnato a un'emigrazione che i nostri padri avevano eliminato dal proprio orizzonte familiare. Le risposte, per ognuno dei partecipanti alla riunione organizzativa, furono univoche. S alle ronde, s ai dazi per i prodotti in ingresso in Italia e riduzione dei diritti per gli extracomunitari tramite un voto di massa da consegnare la primavera successiva alla destra cittadina.
Ricette semplici per un popolo che stava per ordire la pi grossa congiura contro di s da quando l'Italia era diventata una repubblica democratica fondata sul lavoro.
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17. NESSUNO DI NOI PAGHEREBBE MAI UNA DONNA.
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La sera prima ero stato introdotto in una stanza arredata in maniera spartana. Una scrivania di metallo, apparentemente uscita dal pi profondo degli archivi del ministero degli interni, accoglieva dietro di s tre uomini seduti su sedie in formica, probabile retaggio di un trasloco di un qualche istituto tecnico superiore. La riunione era terminata da poco e Francesco Degli Esposti, commerciante di tessuti in pensione interessato all'acquisto della mia azienda secondo le informazioni reperite dal mio socio Tamanini, mi aveva invitato a seguirlo oltre la porta della sala riunioni.
I tre dietro la scrivania sembravano usciti da un vecchio fumetto anni Settanta. L'autore credo si chiamasse Magnus e il protagonista era uno svedese rinominato 'lo sconosciuto' per l'assonanza con il suo cognome, Unknown o qualcosa del genere. Avevano impresso sul volto, ognuno a modo proprio, l'espressione truce tipica dell'uomo volitivo, dallo spirito risoluto e sempre pronto, audacemente pronto all'azione in difesa dei propri sodali. Mi ricordavano delle caricature di fascisti, appunto dei personaggi da fumetto datato, pi che dei fascisti veri e propri. Il loro modo di presentarsi, capello corto e pizzetto curato per tutti e tre, sembrava dare ragione a chi, nel dibattito cittadino, difendeva l'ipotesi di non dare importanza ai fenomeni apparentemente prossimi alla riedizione in forma contemporanea del fascismo. In realt, i discorsi che avevo sentito durante l'intero arco della serata non potevano lasciare troppi dubbi. Le ronde impegnate nelle passeggiate della sicurezza non avevano finalit troppo diverse dalle squadre d'azione di cento anni prima. La crisi dell'economia neoliberista aveva inchiodato il ceto medio cittadino, circa settantamila persone secondo il consigliere comunale intervenuto pochi minuti prima, al medesimo reddito di sei o sette anni prima. Inoltre, la debolezza dei messaggi che i partiti progressisti cittadini sussurravano sul territorio, nei circoli e nelle fabbriche, chiudevano il cerchio di una precondizione, sociale economica e politica, non dissimile da quella che anticip il ventennio mussoliniano. Chi aveva pensato, o stava pensando, che l'estremismo di destra avesse preso la via di fuga tramite l'uscita di servizio della storia non si era mai confrontato con il disagio che stava attraversando il ceto medio e quella che, non troppi anni prima, gli analisti sociali avrebbero definito la classe operaia.
"Francesco garantisce per te e noi ci fidiamo di Francesco". L'esordio di una delle tre caricature non faceva presagire niente di buono. La situazione mi era sfuggita di mano ed ero arrivato troppo velocemente, decisamente impreparato, al cospetto dei vertici dell'organizzazione di cui faceva parte il vecchio commerciante tessile, il vero oggetto della mia indagine.
D'altra parte non sapevo i motivi del colloquio e quindi mi mostrai sinceramente preoccupato e certamente attento alle loro parole.
"Dovremo affidarti un incarico particolarmente delicato, improntato sulla massima discrezione", continu la caricatura. Restavo nel mio mutismo, al riparo dal rischio che una qualche mia parola potesse dimostrare il disprezzo che provavo per quella loro patetica organizzazione.
Il pi sveglio dei tre mi scosse, alzando la voce: "Che fai, non chiedi di cosa si tratta? Che ti succede, sei muto o ti sei ricordato di essere un sinistronzo, un buonista del cazzo?".
Si erano informati sul mio conto.
"Il costo delle mie prestazioni investigative immagino che lo conosciate visto che amate indagare sui cazzi degli altri e sui miei in particolare. Se volete stabilire un rapporto d'affari con il sottoscritto sono pronto a descrivervi i particolari che compongono la mia parcella. Se invece lo scopo  un altro vi dico che non mi interessa", risposi ben presente a me stesso.
Fui diretto e preciso. Trovai senza inciampare le parole giuste per rimettere a posto il rapporto che non era partito per niente bene.
"E che cosa ti interessa, sentiamo...", riprese la parola il primo interlocutore.
Mi interessano i soldi, pensai.
"Mi interessano i soldi.", dissi, "Sono disposto a mettere a disposizione la mia azienda, la Global Security, per fornire appoggio logistico e addestramento alle vostre ronde. Ho a disposizione armamenti legali come lo spray al peperoncino e altre cosucce
divertenti, tutto secondo logiche determinate da prezzi di favore. Naturalmente esentasse". Con la coda dell'occhio avevo tenuto sotto controllo Francesco Degli Esposti che non aveva mostrato alcuna emozione sentendo la mia offerta, come se la questione Global Security non fosse al centro del suo interesse acquisitivo.
Brutto bastardo, pensai.
"Brutto bastardo", disse il pi silenzioso dei tre, riferendosi a me. Era quello che prendeva le decisioni. "Abbiamo necessit che tu rintracci un uomo, un nostro concittadino sovranista", attacc.
Mi misi in ascolto.
"Ha poco pi di trentanni, di corporatura esile". Mi avvicinarono una foto che lo ritraeva al centro di un cerchio vergato con un pennarello rosso. Il volto mi pareva conosciuto per quanto decisamente anonimo nel suo essere delimitato da capelli corti e il classico pizzetto.
"Posso tenere la foto?", chiesi retoricamente, dando cos l'idea che il contratto fosse firmato. In fin dei conti era un'indagine come tante altre fatte negli anni. Gli uomini scompaiono spesso e hanno sempre qualcuno che ha buoni motivi per rintracciarli. Familiari, amanti, soprattutto creditori. Le tre caricature, invece, non avevano ancora chiarito i motivi che li spingevano a ricercare il loro "concittadino sovranista".
Il pi sveglio mi porse altre due foto, sul modello di quelle segnaletiche che si vedono nei film americani. La prima ritraeva il concittadino sovranista di fronte, rendendolo interessante come una fotografia di una vecchia patente di guida. La seconda mostrava quello che intuii subito essere il suo profilo migliore, quello sinistro. Mi rilassai sulla sedia di formica su cui mi avevano fatto accucciare e domandai: "Ha un nome, una professione, un indirizzo di casa, un lavoro, frequenta altri ambienti oltre il vostro, ha famiglia, va a prostitute, pratica qualche sport o va in qualche palestra in particolare?".
Il capo mi dette una cartellina grigia.
"Qui hai le informazioni che hai richiesto. C' una scheda che le riassume tutte, tranne quella relativa alle prostitute. Puoi stare sicuro che qui nessuno di noi pagherebbe mai una donna per scopare".
Effettivamente la cosa mi rassicur molto, pi di quanto le tre caricature e il mio compratore potessero pensare.
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18. LA VALIGIA DEI SOGNI.
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Marco Andreozzi, cos si chiamava il concittadino sovranista a cui davano la caccia, in realt andava a puttane. Con una almeno, ne ero certo, in maniera particolare.
Avevo appena infilato le chiavi nella toppa della serratura dell'appartamento di quella che conoscevo, l'ultima che lo aveva compiaciuto fino a farlo schiantare.
XXX indossava una tuta leopardata e calzava scarpe comode color cipria, chiuse con due lacci che assomigliavano a fiocchi piuttosto che a stringhe.
Portavo con me un sacco per salme in pvc che avevo recuperato nel magazzino della Global Security. Mi ero lungamente intrattenuto per cercare di occultare, cancellare, strappare qualsiasi numero di serie o demento distintivo del sacco che potesse essere ricondotto a un mio acquisto. Per il resto erano sacchi per cadaveri abbastanza diffusi e l'uso massiccio degli stessi era negli ospedali o nelle agenzie di pompe funebri. Ne avevo acquistati un paio, quasi per gioco o per scaramanzia. Portavo con me anche tre manubri da 18 chili che avevo riposto in una grossa sacca da palestra.
La guardia non aveva fatto troppe domande vedendomi entrare in azienda in ora tarda. In fin dei conti ero il padrone e potevo entrare e uscire quando mi pareva, anche a mezzanotte. Rimase rintanato dietro la guardiola, al riparo dalla pioggia che cominciava ad assumere le caratteristiche del diluvio. Incessante e punitiva, quasi volesse ripulire la terra dagli esseri viventi, non dava tregua. Le previsioni del tempo non trasmettevano speranza di discontinuit; le nuvole non davano segno di resa. Intanto i torrenti ingrossavano i fiumi gi gonfi, mettendo in allarme le autorit cittadine.
Non dedicai il tempo di un saluto a XXX. Di l a poco avrei dovuto legarle le ginocchia e non intendevo perdere minuti in inutili cortesie. Andai in camera e trovai il concittadino sovranista nella stessa posizione in cui lo avevo lasciato tre ore e mezzo prima. L'aria cominciava ad assumere l'odore tipico del principio di decomposizione. Come avessi potuto definire, con il mio lapsus, la morte 'bella' rimaneva un mistero per la mia capacit introspettiva. La morte in realt puzza e imputridisce la carne, dissi tra me, mentre inserivo il corpo nudo nel sacco in pvc. Lo sigillai tramite le chiusure a cerniera a doppio turno e aprii le finestre. Respirai a fondo l'aria umida e decisi di passare all'attacco.
Presi il mio cellulare e inviai un paio di foto del morto all'indirizzo whatsapp di XXX. Sentii la notifica dell'avvenuta consegna e la raggiunsi nel salotto. Teneva il telefono in mano mentre con l'altra si tappava la bocca che immaginai aperta.
Non le detti il tempo di organizzare nessun piano di difesa.
"Non giocare a fare la parte della donna disperata. Dimmi cosa si era portato con s", dissi a colpo sicuro. Avevo ispezionato la macchina di Andreozzi, parcheggiata sotto l'appartamento del residence dove esercitava XXX, e non avevo trovato nulla. Avevo fatto poco rumore per entrarvi, gli strumenti che Vissalm mi aveva insegnato ad usare per forzare le portiere delle auto avevano fatto il loro dovere senza risvegliare le attenzioni dei vicini.
La mia indagine per rintracciare il concittadino sovranista si era risolta nel momento esatto in cui una delle tre caricature mi aveva consegnato la foto segnaletica di Andreozzi, precisamente quella che lo ritraeva di profilo. Sul collo, sotto l'orecchio sinistro, campeggiava il tatuaggio della decima MAS, il teschio che trattiene una rosa tra i denti; lo stesso che avevo notato poche ore prima sul collo esanime del cliente di XXX. Morto asfissiato. A questo punto non sapevo pi se a causa di un gioco erotico o di una scelta
deliberatamente presa dalla prostituta.
Fui diretto. "Questo si sta configurando come un omicidio preterintenzionale, non come un incidente o un omicidio colposo Adesso dimmi cosa aveva con s, altrimenti il prossimo invio d foto del morto avr per destinatario il vicequestore. E sai che non  questo il momento in cui si gioca".
Prov una difesa ridicola: "Non aveva niente con s. Ti giuro" Cerc di buttarsi ai miei piedi. La raccolsi per un braccio e la spinsi sul divano. Presi il mio cellulare e aprii una delle foto che ritraeva Andreozzi dal lato del tatuaggio fascista del battaglione della decima MAS. La mostrai alla donna.
XXX fece cenno di fermarmi. "Una valigia, aveva con s una valigia piena di fiale. L'ho nascosta nel garage", disse cominciando a piangere per la tensione o, forse, per avere perduto un piccolo tesoro. "Ketamina,  ketamina. A fiumi, come non ne avevo mai vista prima", specific ormai arresa agli eventi.
Liberai il carrello dei liquori dalle bottiglie e dai bicchieri. Era robusto e vi trasferii sopra, non senza difficolt, il sacco in pvc con il suo pesante contenuto. Le sottrassi il cellulare e controllai che non avesse inviato messaggi o avesse fatto telefonate nelle ultime quattro ore. Nessun messaggio n telefonata. Feci segno alla donna di tacere e di aspettarmi seduta sul divano.
Attraversai il corridoio condominiale e spinsi il fagotto dentro l'ascensore tornato misteriosamente a funzionare. Premetti il pulsante S, piano sotterraneo. Il viaggio in discesa mi sembr lunghissimo. Stava andando tutto bene ma non era ancora finita.
Nel sottosuolo regnava il silenzio. Accesi la torcia del cellulare e aprii dall'interno la porta basculante del garage. Avevo parcheggiato l'auto premunendomi di lasciare il cofano dalla parte dell'ingresso al vano. Introdurvi il corpo raccolto nel sacco in pvc fu questione di un attimo. Richiusi la portiera del cofano e accesi la luce del garage.
Scrutai tra gli scaffali in acciaio assiepati alle pareti e andai a colpo sicuro. La valigia era posta in basso ed era l'unico oggetto privo di polvere nel locale. Non la spostai. Mi limitai a controllarne il contenuto. Verificai la presenza di qualche migliaio di fiale da mille milligrammi ciascuna.
Uscii dalla rampa che mi aveva immesso nel sottosuolo, recuperai l'auto e parcheggiai per risalire da XXX.
"In valigia quante fiale ci sono?", le domandai, appena rientrato in casa. "Saranno quattromila fiale da un grammo ciascuna. Marco si vantava del colpo che gli avrebbe fruttato centomila euro. Era felice come un bambino. La chiamava la valigia dei sogni", rispose, tradendo un atteggiamento malleabile che non mi piacque per niente.
"Mettiti un impermeabile e vieni via con me", intimai risoluto. Non mi fidavo a lasciarla chiusa in casa da sola. Avrebbe potuto
chiamare aiuto o, peggio, avrebbe potuto avere annotato il numero di targa della mia auto. Farsi fermare dalla polizia con un cadavere in macchina, ammanettato e impiccato con una corda di seta non avrebbe deposto a mio favore. Avrei potuto scaricare la responsabilit dell'omicidio su XXX ma l'occultamento di cadavere  comunque un reato non esattamente trascurabile per la legge italiana.
XXX non aveva interesse a denunciarmi, era troppo esposta al rischio di rimanere intrappolata in una sua denuncia, ma preferii non rischiare. La feci salire in auto, mi premunii di legarle i polsi dietro la schiena con delle fascette di plastica e le tappai gli occhi con una benda che avevo trovato nell'appartamento tra i suoi strumenti di lavoro.
Avrei preferito fare un giro lungo per confonderla e non darle riferimenti spazio-temporali per identificare il posto dove avrei gettato il cadavere. Decisi invece di fare la via pi breve per avere minori probabilit di incontrare polizia o carabinieri lungo il tragitto.
L'auto era gravida di cattivi odori. Il tanfo acre del nostro sudore nervoso si mischiava a quello greve della salma di Andreozzi.
In pochi minuti raggiunsi il lago degli Alcali, in zona Interporto a Prato.
La pioggia continuava a cadere complicando le operazioni che mi apprestavo a compiere.
Il laghetto era sorto al posto di una vecchia cava di inerti rimasta attiva fino a tutti gli anni Settanta.
Parcheggiai in prossimit del lago e mi caricai il sacco sulle spalle. Lo appoggiai sulla barca a remi che ricordavo essere in dotazione della piccola societ di vela sportiva e tornai indietro a prendere i tre manubri da 18 chili. Li infilai nel sacco e mi diressi verso il centro del lago facendo muovere a fatica la barca. Il dito indice reciso anni prima sarebbe tornato comodo in quella situazione. La fatica, l'ansia e la pioggia rendevano il momento insopportabile, al punto di pensare di non farcela pi. Bestemmiai a voce bassa e strinsi i denti.
Mi liberai del cadavere appena mi sembr essere abbastanza lontano dalla riva. Il sacco affond senza troppa difficolt. Ripromisi a me stesso che l'indomani mi sarei recato dal terapeuta. Quel pensiero mi dette la carica sufficiente per tornare verso l'auto. XXX e io trascorremmo in silenzio anche il viaggio di ritorno.
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19. IL CAPO  SEMPRE UN BRAV'UOMO.
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Appena uscito dallo studio del terapeuta suon il cellulare che avevo lasciato improvvidamente acceso. Era Mariella. Lo stato d'animo tendente alla depressione stava trovando giovamento dal confronto psicoterapico a cui mi ero sottoposto. Decisi di rispondere.
Azzardai un saluto pentendomi subito dopo della confidenza che mi ero preso: "Buongiorno Mariella, come stai?". Non sembr dare importanza al mio tono gioviale: "Buongiorno Andrea. Ho bisogno di incontrarti, sono nei guai".
La parola guai mi innervos. Allungai il passo verso il loggiato posto sul lato est della piazza Mercatale, una delle pi estese, tra quelle edificate in epoca medievale, in Europa. La pioggia frustava l'aria con scrosci improvvisi e camminare rasente al muro, essendo sprovvisto di ombrello, non garantiva sufficiente riparo.
"Non mi puoi dire per telefono?", mi affrettai a proporre.
"Non so, non credo. Preferirei vederti e parlarti di persona".
Era la risposta che mi aspettavo e a cui mi ero gi rassegnato prima ancora che Mariella potesse proferirla.
"Sono in piazza Mercatale e vista l'ora sto per entrare da Cosimo per mangiare qualcosa. Mi puoi raggiungere qui?".
Ero partito dal dubbio di rispondere alla telefonata di una fidanzata che non volevo pi vedere e mi ero ritrovato a pranzarci insieme. Ogni volta mi stupivo di quanto fosse facile manipolarmi. Per la verit avevo avuto la sensazione che Mariella non accampasse scuse per potermi incontrare ma che fosse, veramente, in difficolt.
"Il tempo di togliermi il camice e di partire da Pratilia. Devo mangiare anch'io e la pausa pranzo scatta tra pochi minuti", rispose di getto. Chiuse la comunicazione con un rapido: "Ciao Andrea".
Cosimo era il nome della trattoria pratese dove era possibile mangiare i migliori fegatelli della parte centro nord della Toscana. Generalmente il cuoco li faceva accompagnare da patate arrosto che smorzavano, per quanto particolarmente insaporite da fin troppo olio, il saporito che abbondava nelle pietanze. Spesso ordinavo, anche questa accompagnata dalle patate arrosto, la trippa alla fiorentina, che aveva il duplice pregio di sciogliersi in bocca e di non appesantire la digestione.
Quel giorno non avrei ordinato il vino, come non facevo ormai da anni. Il mio alcolismo aveva compartecipato alla perdita dell'unico rapporto che ero riuscito a costruire con una donna, arrivando persino a sposarla. La conseguente separazione e il successivo divorzio furono il naturale sviluppo di un rapporto che non poteva reggere all'urto del mio alcolismo e alle percosse che, in una sera di follia e di assoluta ubriachezza, inflissi alla mia coniuge. Ripensai a quella sera e, come ogni volta, fui pervaso dal disagio di non ricordare esattamente la dinamica della mia aggressione. Non ero mai riuscito a mettere a fuoco il momento in cui avevo cominciato a prendere a schiaffi Marina, cos si chiamava la mia ex. Da quel momento smisi di bere e, forse inconsciamente, di amare.
Era arrivata Mariella e si era accomodata al tavolo da due che avevo occupato nella saletta antistante la grande sala della trattoria. Appariva seriamente preoccupata. Il volto, per quanto gi offeso dai postumi di un incidente stradale che l'aveva obbligata a sottoporsi a innumerevoli interventi di ricostruzione facciale, sprigionava indubitabili segni di preoccupazione. Labbra contratte e sopracciglia corrugate erano segnali di inquietudine.
Ascoltammo il men proposto dal cameriere, un giovane dalla barba lunghissima, e ordinammo un pollo alla birra con patate e un fegatello con la variante degli spinaci saltati. Avevo scartato le patate, certo che sarebbero state troppo cariche di grassi vegetali e contrastanti perci con la mia voglia di stare leggero.
"Andrea, sono divorata dall'ansia", esord. Fece una pausa e inclin il bicchiere vuoto osservandone il fondo. Sembrava sinceramente afflitta.
"Il mio capo ha sporto denuncia per un furto avvenuto due sere fa. Qualcuno ha forzato la porta d'ingresso dello studio e ha rubato dei farmaci nel nostro magazzino", continu arrivando dritta al punto.
Mariella lavorava in uno studio veterinario nella zona di Pratilia, un tempo centro commerciale, il primo sorto in Toscana, poi raso al suolo e sostituito da un mega supermercato.
"Con quale motivazione ti accusa?", risposi altrettanto preciso. Avevo intuito che il motivo che l'aveva spinta a cercarmi era determinato dal fatto che era finita nell'occhio del ciclone delle indagini della polizia e delle accuse del datore di lavoro.
"Non  scattato l'allarme e io ero stata l'ultima a uscire, quella sera. Ma ricordo benissimo di averlo inserito. Ero dovuta tornare indietro perch avevo dimenticato le chiavi dell'auto sul bancone all'ingresso. Avevo pertanto disinserito e reinserito l'allarme".
Il racconto di Mariella appariva verosimile. Decisi di crederle, d'altra parte non mi aveva mai dato l'idea di essere una donna votata ai piccoli furti o che soffrisse di cleptomania.
Sbagliai l'ordine delle domande ma indovinai quella la cui risposta sgombr il campo da ogni ulteriore dubbio sull'onest della donna.
"Generalmente sei l'ultima ad andare via dallo studio?", chiesi.
"Succede di rado. Il pi delle volte  Nicola a chiudere la baracca. Ognuno di noi ha il codice per inserire e disinserire l'allarme ma io lo avr inserito non pi di quindici, al massimo venti volte, in questi ultimi cinque anni".
Si interruppe aspettando altre domande.
"Perdonami Mariella, chi  Nicola?", chiesi per farmi chiarire l'ovvio.
" il capo.", continu, "Ho inserito l'allarme solo quando era assente. Ovvero, quando andava a qualche convegno o in quei pochi giorni di ferie che prende durante l'anno.  uno stacanovista, lavora pi di chiunque abbia mai conosciuto. Francamente mi sorprende il suo accanimento nei miei confronti. Non abbiamo mai avuto uno screzio, n ho mai sospettato che si aspettasse da me qualcosa di particolare".
Il discreto riferimento a indebite richieste d'ordine sessuale, per altro mai formulate da Nicola, mi evit l'imbarazzo della domanda che avrei fatto un attimo dopo. Mi concentrai allora sull'altro elemento caratterizzante la molteplicit delle azioni a sfondo criminale a cui generalmente prestavo attenzione.
"Che tu sappia, il tuo capo ha bisogno di soldi?", indagai.
"Lo studio va a gonfie vele. Oggigiorno ognuno  pronto a esultare se
affonda una barca piena di africani a pochi metri dalle nostre coste ma nessuno lascerebbe il proprio cane o gatto o criceto a soffrire della pi ininfluente delle malattie".
Bevve un po' d'acqua e continu.
"Non l'ho mai visto teso o arrabbiato o nervoso. Mai un capello fuori posto, mai colto in hangover o altro...". La incalzai: "Ultimamente ha ricevuto telefonate strane o ricorrenti? Donne o personaggi ambigui a cui magari doveva restituire soldi o favori...".
"Niente di tutto ci. Nicola non  sposato e non ha interessi particolari se non la politica, a cui dedica il tempo che gli resta dopo il lavoro. Spesso lo chiamano i suoi amici sovranisti, parlottano un po' senza che lo abbia mai sentito arrabbiarsi o alzare la voce". Eccone un altro, pensai. Prosegu: "Nonostante sappia che non condivido le sue idee, non si  mai permesso di fare pressioni, sfruttando il suo ruolo di datore di lavoro. Andrea, fidati, Nicola  un brav'uomo".
Pensai che se Mariella fosse stata in grado di comprendere la natura degli uomini non si sarebbe intestardita con me e non avrebbe perso tutto il tempo che per primo sapevo di non meritare.
"Altri conoscono il codice dell'allarme? Che so... le donne delle pulizie o la segretaria...", ipotizzai.
"No. Nicola diceva di non fidarsi a lasciare a troppe persone il codice. La segretaria ha un part-time e lavora nella parte centrale della giornata; le donne delle pulizie puliscono a fine giornata, mentre noi rimettiamo a posto gli strumenti e prepariamo gli interventi per il giorno successivo".
Recuperai la domanda giusta che avrei dovuto formulare all'inizio, evitandomi cos la sequela delle successive: "Che cosa hanno rubato?".
"Andrea hanno rubato quasi mezzo chilo di ketamina, ottimo anestetico veterinario ma anche sostanza stupefacente per lo sballo giovanile".
Rimasi ghiacciato dall'informazione. Pi tardi avrei pensato che ancora una volta non ero stato io a cercare di sbrogliare la matassa dell'indagine. Era stato, piuttosto, il caso a venirmi a cercare per dare soluzione alle necessit del destino.
"Ok", affermai, "Fammi avere una foto del tuo capo e non ti preoccupare".
Arrivarono i piatti con le pietanze. Pollo alla birra e patate per lei. Fegatello e patate per me. "Mi spiace ma avevamo soltanto le patate all'olio, oggi", mi inform il cameriere porgendomi il piatto. Cominciai addentandone una tra le pi oleose.
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20. UN'ALTRA VERIT SULLA MORTE.
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"Mi hai fatto vivere dei bellissimi momenti, rari ma unici. Per questo non  un bel periodo per me e preferisco sentirmi libera da te", disse apertamente. Mariella aveva trovato le parole giuste per dirmi addio. Quelle parole che non sarei stato in grado di suggerirle, tanto erano perfette. Sentivo anch'io la necessit di non esporla ulteriormente allo strazio del niente che le stavo offrendo. Si era sentita speciale anche se non avevo fatto molto per farle provare quella sensazione.
Mariella era davvero in difficolt e in quella aveva trovato la ragione e la forza per allontanarmi.
Non ero felice e avevo consapevolezza che, se fosse stata la felicit la mia meta, sarei riuscito a raggiungerla soltanto con lei. L'avrei comunque supportata per scagionarla dall'accusa di furto.
La salutai con un abbraccio dal quale si ritrasse rapidamente.
Continuava a piovere ma in maniera meno aggressiva, andando a formare pozze d'acqua lungo i giardini alberati di piazza Mercatale. Avevo spesso riflettuto sull'infinita capacit di adattamento dell'acqua alle forme in cui si introduce. L'acqua  flessibile per natura, si adatta alle circostanze aggirando gli ostacoli che incontra sul proprio cammino. Dalla sorgente da cui nasce, secondo percorsi illusoriamente predefiniti, giunge al mare. Prima diventa torrente, poi fiume, infine mare. Il processo di continua trasformazione, conclusi,  la sua vera forza.
Vibr il cellulare per una chiamata in arrivo. Sul display comparve il nome Vissalm e risposi subito.
"Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono", attacc Vissalm, del tutto in vena di fare filosofia.
"Buongiorno Vissalm. Ti riferisci al Bisenzio in procinto di esondare o fai finta di essere istruito?", chiesi sbeffeggiando il sinto pi acculturato che avesse mai abitato in Toscana.
"Anche tu capo dovresti trovare il tempo per leggere i classici. Questo aforisma di Bertolt Brecht dice pi cose che il questore in quattro conferenze stampa", ribatt. Era nota la ritrosia del capo della Polizia a dare informazioni alla stampa locale e Vissalm si era divertito a ribadirlo.
"Ma che aforisma e aforisma.", protestai, "Dimmi piuttosto come procede l'indagine sul giovane Forlai".
"Ecco qual  la questione della violenza del fiume.", afferm riprendendo subito il tono professionale, "Secondo me pensiamo al figlio come al fiume rabbioso, e assassino, ma nessuno ha deciso di guardare al padre che di argini ne aveva posti di insormontabili".
"Vai avanti", risposi spazientito dai preamboli del sinto.
"Il vecchio Forlai aveva investito i propri risparmi, quelli di una vita e quelli ereditati dalla vendita della casa della madre fiorentina, in obbligazioni definite zero-coupon". Fu celere nell'evitarmi la domanda su cosa fossero gli zero-coupon. "Sono obbligazioni senza cedola che non prevedono, di conseguenza, il pagamento di un interesse periodico. La somma rimborsata alla scadenza del titolo  superiore al valore nominale del titolo stesso. Cosa apparentemente scontata ma, visti i chiari di luna, neanche troppo scontata". Inutile digressione, pensai.
"Vai avanti", incalzai per la seconda volta in un minuto.
"Questo tipo di investimento ti permette di riscuotere a una determinata scadenza un capitale contro il pagamento iniziale di una somma inferiore. Il ricavo sar dato, senza riscossione di un interesse periodico, dal valore finale dell'obbligazione detratto dell'acquisizione iniziale. Per esempio, compri un'obbligazione a novantasei euro e la riscuoti a cento euro. Quando queste obbligazioni sono di lunga durata, l'investitore non percepisce interessi maturati ma pu contare sulla buona rendita dell'investimento non appena gli verr restituito a fine contratto".
Mi coprii gli occhi con la mano per non mettermi a bestemmiare.
"Cazzo Vissalm,  tre ore che parli per dirmi che Lupo aveva investito in Buoni Ordinari del Tesoro?", domandai visibilmente alterato.
"No capo.", fu la risposta, "Parlo da tre ore per dirti che il giovane non avrebbe potuto svincolare i soldi del padre nell'immediatezza della morte e della conseguente eredit. Andrea Forlai era per altro a conoscenza dell'investimento a lunga scadenza fatto dal padre, almeno secondo le informazioni che sono riuscito a raccogliere in banca. Insomma quei BOT sono gli argini insormontabili che il tuo amico aveva
messo per controllare le necessit del fiume suo figlio".
E bravo Vissalm ammisi a bocca chiusa.
"Uccidere il padre non gli avrebbe portato nessun beneficio immediato e se avesse avuto debiti in giro non avrebbe certamente utilizzato i BOT per ripianarli". Aveva tirato la sua stoccata.
"E quindi?", tornai a ribadire.
"E quindi continuer a cercare il movente, anche se credo sia necessario cambiare punto di osservazione e persona da indagare". La notizia mi procur un inaspettato senso di sollievo.
"Se il movente non  riconducibile ai soldi, immagino un movente passionale. Pu darsi che la moglie si fosse stufata delle continue avventure extraconiugali del marito, ammesso che ne fosse a conoscenza come lo siamo noi. Oppure, pi concretamente, potrebbe essere che la nostra cliente, ottenuto il divorzio dal marito industriale, abbia realizzato l'indisponibilit di Lupo a fare altrettanto. Non sarebbe la prima volta che una donna trascurata e delusa decidesse di vendicarsi del proprio uomo. Non sarebbe la prima volta che la colpevole invitasse l'investigatore a condurre un'indagine sul reato da lei commesso. Quello dell'incarico investigativo  sempre un buon alibi e un buon depistaggio".
Vissalm aveva ragione. Almeno in teoria, poich praticamente non mi aveva fornito indizi che potessero indicare la pista dell'amante ferita. Glielo feci notare e non si tir indietro.
"Sono d'accordo capo ma non ho altre idee e la pista del figlio mi pare gi binario morto. Lavoro su ipotesi, pi che su linee investigative tracciate da piccole imperfezioni. La vita di Lupo non ne aveva, se non quella relativa alla relazione extraconiugale. Provo a concentrarmi su quella".
"Procedi come credi.", lo incoraggiai, "Non abbiamo comunque ancora capito che cosa fosse andato a fare Andrea Forlai in Svizzera. Avevamo ipotizzato che avesse potuto acquistare un kit per il suicidio assistito".
"Gi capo, scusami.", riprese il sinto, "Ho verificato che il giovane  in una clinica per curare la propria dipendenza dal gioco. Era partito quindici giorni prima della morte del padre e risulterebbe non essersi mai allontanato, se non per partecipare al suo funerale. Cremato il padre  subito rientrato in Svizzera, dove  tuttora".
Non mi ero rassegnato all'idea che Vissalm potesse distogliere la propria attenzione dal giovane Forlai. "Fammi una cortesia.", conclusi, "Controlla i suoi viaggi e poi fammi sapere".
Stavo vagliando un'altra verit sulla morte del vecchio sindacalista, che stava assumendo la caratteristica dell'infinita malleabilit dell'acqua. Era iniziata, partendo dalla sorgente, come se fosse una banale morte per malattia. Via via era cresciuta come un torrente, investendo con impeto il figlio dipendente dal gioco d'azzardo. Infine, si era ingrossata come la portata di un fiume in piena. L'imminente esondazione stava per spazzare via l'amante, colei che aveva commissionato l'indagine. Tuttavia, dal fiume al mare, avevo appreso in anni di investigazioni, il tragitto pu essere lungo e tortuoso.
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21. LA CITT ERA CAMBIATA.
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La pioggia era diventata parte del paesaggio urbano. Il traffico cittadino, per, non si era ancora abituato all'aumento dei mezzi a quattro ruote dovuto al rimessaggio nei garage di moto e scooter, decisamente inutili per viaggiare su strade parzialmente allagate. Le fogne non riuscivano pi a fare defluire l'acqua piovana che premeva ai bordi delle carreggiate. La citt era cambiata negli ultimi tempi e tutta quella pioggia non avrebbe lavato lo sporco accumulato in tanti anni di crisi economica. Le aziende tessili pratesi avevano cominciato a chiudere i battenti circa quindici anni prima, in largo anticipo rispetto alla crisi globale del 2008, quella determinata dalla bolla speculativa immobiliare americana. Il capitalismo parassitario, aveva sostenuto un sociologo polacco a una conferenza a cui avevo partecipato nascosto tra il pubblico di giovani studenti universitari fiorentini, aveva smesso di aggredire le terre ricche di materie prime e aveva cominciato a finanziare, a tassi di interesse a lungo andare insostenibili, il debito dei cittadini. I popoli occidentali si erano obbligati per acquistare qualsiasi cosa. Prestiti per le vacanze, per l'iPad, e mutui facili, concessi troppo facilmente, per l'acquisto della prima e della seconda casa.
Prato, per la verit, aveva anticipato la crisi e nel suo bel mezzo c'ero finito anch'io. Al tempo ero quarantenne, laureato e con un posto di rilievo da direttore amministrativo in una fabbrica che aveva pi di cinquantanni di storia di successo nel settore del tessile. La crisi spazz via l'azienda e la famiglia dei proprietari che non riuscirono a sottrarsi allo tsunami che aveva colpito il settore. Con loro furono trascinati nella paura e nella povert il sottoscritto e quel centinaio tra operai e colletti bianchi che avevano riposto nell'impresa e nel lavoro la ragione stessa dell'essere abitanti della citt-fabbrica.
Prato era cambiata. Non viveva pi la giocosit con cui affrontavamo la vita studentesca sul finire degli anni Ottanta, tra feste
e passeggiate pomeridiane di fronte alle vetrine degli sfavillanti negozi del centro cittadino. La citt si era rapidamente impoverita e i suoi abitanti cominciavano a vivere l'incertezza economica con paura, frustrazione e rabbia. Io ero tra quelli che avevano subito la trasformazione antropologica pi rapida a cui la modernit avesse mai assistito. Da attivista politico e sindacale ero diventato ostile ai collettivi e alla difesa degli interessi generali. Avevo anche interrotto la mia esperienza massonica, entrando in sonno, oramai indispettito da quella ritualit che richiamava i concetti di uguaglianza, fratellanza, libert e solidariet. L'unica cosa che contava per me era tenere la povert a debita distanza. A volte provavo disgusto a vedere i poveri in fila alla mensa La Pira, ricovero sorto tanti anni prima in una traversa della piazza centrale della citt. La loro condizione alludeva al rischio in cui incorrevo ogni giorno. Un rischio a cui mi sarei sottratto con tutte le mie forze e a tutti i costi.
Avevo appena recuperato la valigia con la ketamina, trasferendola dal garage di XXX alla bauliera della mia auto. Non salii a restituire l'ultima chiave alla prostituta a cui avevo concesso l'uso di quelle del portone del palazzo e della porta d'ingresso del trilocale in cui esercitava. La chiave del garage non serviva pi a nessuno e la gettai nel primo cassonetto che trovai nelle vicinanze dell'appartamento. Salii in auto e mi diressi verso l'appuntamento successivo.
Posteggiai su via Ferrucci che da arteria interna di rapido scorrimento per il traffico cittadino si era trasformata in una via con la pretesa di arrivare ad essere signorile come lo era stata un tempo la parallela viale Montegrappa. L'edificio trasformato dall'Arciconfraternita Misericordia in studi medici all'avanguardia, un'ex banca posta proprio a met della via, non solo aveva attirato il finanziamento da parte del servizio pubblico, ma aveva convinto anche alcuni investitori a ristrutturare altri edifici lungo la via come un'elegante villa e una vecchia fabbrica in disuso.
Salii al piano in cui aveva lo studio il mio socio della Global
Security, l'avvocato Tamanini.
La segretaria mi fece subito accomodare. L'avvocato pos il sigaro semi spento nel portacenere di vetro che aveva a fianco del
video del computer e venne incontro per abbracciarmi. Ricambiai lo slancio e un attimo dopo mi lasciai cadere su una delle due poltrone in pelle che l'avvocato aveva posto di fronte alla propria scrivania.
" un po' che non dipingi", dissi osservando i quadri esposti alle sue spalle.
L'avvocato fece ruotare la propria poltrona e gett un rapido sguardo a quanto esposto dietro di lui. "Il dripping mi ha esaurito la vena artistica. La casualit data dallo sgocciolamento del colore sulla tela mi ha portato a sentire l'esigenza di incasellare il mio agire in categorie definite e fisse. Insomma, credo che mi dar alla politica".
Capivo solo ora il senso del messaggio con cui mi aveva invitato nel suo ufficio per comunicazioni importanti.
"Non ne comprendo la necessit, avvocato, e non vorrei che il tuo ingresso in politica arrecasse danno alla Global Security" - mi affrettai a dire con una punta di preoccupazione.
"Tutt'altro.", mi rispose, "Oggi con la politica si fanno buoni affari. Hai notato il centro medico della Misericordia qui a fianco?". La domanda era retorica. "Quello  frutto di un'intesa politica tra amministratori pubblici. Alcuni eletti, altri scelti dalla politica e messi a capo delle grandi aziende pubbliche. Quella sanitaria, piuttosto che quella della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, quella della depurazione delle acque, quella della riscossione dei tributi, quella della distribuzione del gas e dell'energia elettrica".
Il ragionamento non faceva una piega. Era sotto gli occhi di tutti come una parte dell'economia cittadina sottostesse alla regia, spesso impalpabile o non immediatamente evidente, della politica.
"I risultati per altro mi sembrano buoni. L'Azienda Sanitaria Locale non riesce a fare investimenti in tempi accettabili per l'esigenza di salute dei cittadini? Ecco che interviene la politica e si fa tramite con le imprese per dare risposte concrete. I cittadini sono contenti, le imprese e la politica altrettanto".
"Quindi nessun pericolo per la Global Security?", chiesi conferma denunciando ansia.
"Della Global Security ne abbiamo gi parlato. Mancano le commesse dei commercianti e degli esercenti che si sono autorganizzati con quei fascisti di Gladio 18. Con le loro passeggiate della sicurezza stanno provando a rispondere concretamente al bisogno del controllo del territorio".
L'analisi dell'avvocato era impietosa ma corretta. Da l a poco avremmo dovuto chiudere l'agenzia a meno che non avessimo riconquistato i contratti con i commercianti o avessimo inserito un ulteriore socio con quote importanti per provare a rilanciare l'attivit aziendale.
"Oppure proviamo a ricontattare Francesco Degli Esposti..." -disse lasciando in sospeso ogni qualsiasi ulteriore considerazione.
Provai a fare lo sforzo di concentrarmi ed esordii mettendo le basi a una discussione che poteva finire molto male.
"Avvocato, non mi prendere per il culo. Non provare a manipolarmi perch,  vero, non me ne accorgo subito ma dopo un po' ci arrivo e alla fine mi incazzo. Ora, per esempio, sono gi arrivato all'incazzatura pesante, quella prodromica per il lancio dell'avvocato dalla tromba delle scale". Mi alzai di scatto e andai a chiudere la porta a chiave. Fui rapido nell'avventarmi sul telefono dell'ufficio strappandone i fili dalla presa. Eravamo soli, chiusi in un ambiente ristretto e potenzialmente isolati dal resto del mondo. La stazza dell'avvocato non avrebbe impensierito nessuno. Non raggiungeva il metro e sessantacinque e non pesava pi di sessanta chili.
La velocit con cui lo avevo chiuso in gabbia disegn sul suo volto un'espressione di sorpresa.
"Che cazzo vuol dire questa sceneggiata?", domand con una spavalderia che non mi aspettavo. Risposi con uno schiaffo che gli fece volare gli occhiali e che lo sped immediatamente seduto sulla sua poltrona. Lo sollevai di peso e lo lanciai oltre la scrivania. Lo raccolsi da terra e lo piantai su una delle due poltrone poste di fronte alla scrivania. Mi accomodai sull'altra godendomi l'imbarazzo e l'umiliazione che sferzavano l'autostima scottata dell'avvocato.
"Avvocato tutto bene?", chiese la segretaria oltre la porta, bussando.
Dopo un attimo di esitazione l'avvocato rispose. "S tutto bene, grazie. Anzi, ci puoi portare due caff per favore?".
L'avvocato mi fece cenno per chiedere il permesso di aprire la porta. Glielo concessi con un gesto e mi chinai per raccogliere i suoi occhiali. Glieli porsi.
"Sei un bastardo", mi chiar.
Non era il primo che lo affermava negli ultimi giorni.
Era per il meno indicato per potermelo dire.
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...
22. L'ATTORE NON PROTAGONISTA.
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...
"Francesco Degli Esposti  solo un vetero fascista che finanzia le ronde cittadine e si interessa alla politica con l'obiettivo di consegnare l'amministrazione cittadina alla destra. Credo che non abbia interessi particolari se non quelli di vedere realizzati i propri ideali. Al vecchio piacerebbe una Prato governata secondo le regole dell'ordine, della disciplina e della pulizia. Un vezzo, una piccola vendetta nei confronti di una comunit che ha sempre respinto le velleit amministrative di questi ignoranti vestiti da squadristi".
Avevo cos messo in luce il motivo dello scontro con l'avvocato. Non mi era piaciuta la sua manipolazione. Mi aveva fatto credere che il vecchio commerciante avesse interesse a derubarmi della mia azienda, di fatto acquisendone il controllo in un momento di difficolt economica. A ci aveva aggiunto l'ulteriore elemento manipolatorio, per quanto determinato dalla realt oggettiva, della perdita delle entrate derivanti dalla disdetta dei contratti per la sorveglianza di esercizi commerciali, bar e ristoranti a causa delle ronde, una sorta di sorveglianza cittadina fai-da-te. La combinazione dei due argomenti, aveva intuito l'avvocato, mi avrebbe spinto a mettermi sulle tracce del vecchio e su quelle degli organizzatori delle ronde.
"Cosa ti aspettavi che facessi? Che mettessi una bomba nella sede di Gladio 18 o che sparassi in un ginocchio al loro finanziatore?", interrogai l'avvocato che aveva recuperato la sua indomita pacatezza.
"Magari. Non mi sarebbe dispiaciuta nessuna delle due soluzioni." -confess gettando il cucchiaino di plastica con cui aveva lungamente girato il caff portatoci dalla segretaria, "In realt mi aspettavo qualcosa, qualsiasi cosa, che potesse mettere in difficolt quei fanatici di Gladio 18. Mi pare per che non sia successo nulla".
Estrassi dal mio zaino una fiala che avevo sottratto dalla valigia riposta in auto.
"Questa  la soluzione al tuo problema. Mi manca un tassello e poi il mosaico  completo.", dissi mentre spingevo la fiala da mille milligrammi nella mano dell'avvocato, " ketamina, ha un valore commerciale oscillante tra i venticinque e i trenta euro. Sebbene sia abitualmente utilizzata come anestetico per interventi veterinari, pare abbia un posto di rilievo nel mercato dello sballo dei giovani pratesi. Con una di queste ci fai un sabato sera tra amici in discoteca".
L'avvocato appoggi la fiala sulla scrivania che appariva disordinatissima dopo il pestaggio di qualche minuto prima.
"Ho letto che la ketamina va forte anche nella comunit cinese. Ma non capisco perch mi dovrebbe interessare"
Il cellulare vibr. Messaggio whatsapp in arrivo. Sperai fosse quello che aspettavo. In realt la foto che Mariella mi aveva inoltrato sopravanzava le mie pi rosee aspettative. Ero fortunato.
Ricapitolai. Avevo immaginato giustamente che Mariella non potesse essersi macchiata di un reato sciocco come quello del furto di un quantitativo rilevante di ketamina, per altro sottraendola dal magazzino del proprio posto di lavoro. Avevo notato un'altra cosa che stonava: la numerosit delle fiale sopravanzava largamente le necessit anestetiche che immaginavo potesse avere un piccolo studio veterinario. Era pertanto evidente che gli ordini del farmaco fossero stati reiterati nel tempo, in qualche modo organizzati per raccoglierne un quantitativo sufficiente da garantire buone entrate a chi avesse sottratto la ketamina dal magazzino del veterinario. Fatalmente la notte del furto non era scattato l'allarme, anche questo elemento non trascurabile relativamente all'ipotesi della messa in scena. Infatti Mariella era certa di averlo inserito. Quindi non poteva essere stato che il titolare, l'altro possessore del codice, a disinnescare l'allarme per fare entrare il ladro. Guarda caso il titolare era sovranista, secondo quanto sostenuto da Mariella, cos come lo era il ladro che avevo conosciuto il giorno dopo il furto del farmaco; cadavere oramai freddo, ammanettato e soffocato sul letto di una prostituta. XXX aveva intuito la ricchezza contenuta nella valigia che il ladro Marco Andreozzi non aveva intenzione di consegnare ai concittadini sovranisti. Si spiegava cos anche l'incarico che questi mi avevano affidato al termine della riunione organizzativa sulle ronde. Non era loro intenzione rintracciare il camerata scomparso, quanto piuttosto la ketamina sottratta dal magazzino veterinario. Andreozzi mancava all'appello da pi di ventiquattro ore e anche il pi ottuso tra loro avrebbe cominciato a preoccuparsi immaginandolo in
fuga con centomila euro in tasca. Ipotesi sbagliatissima. Andreozzi era zavorrato in fondo al lago Alcali, in prossimit dell'Interporto, nella zona di Gonfienti, nella parte est della citt.
Avevo intuito che la faccia del titolare dello studio veterinario di Mariella potesse essere una tra quelle incrociate la sera della riunione organizzativa presso la sede di Gladio 18 oppure tra quelle che avrei potuto incontrare in quell'ambiente.
La foto che Mariella mi aveva trasmesso, quella del suo capo, mi fece sussultare per la piacevole sorpresa. Ritraeva una delle tre caricature di fascista che mi avevano affidato l'incarico di rintracciare Andreozzi. Pi precisamente, era il pi posato dei tre, quello che parl per ultimo prendendo la decisione di assegnarmi l'incarico dell'indagine sulla scomparsa di Andreozzi, morto a causa di un furto che avrebbe fruttato non pi di centomila euro.
Mi domandai se fosse plausibile, accettabile, giustificabile che si arrivasse ad uccidere per centomila euro. L'evidenza dei fatti non poteva generare una risposta negativa.
Avevo il numero di cellulare del capo di Mariella, me lo aveva personalmente dettato per potermi mettere in contatto qualora avessi fatto progressi nell'indagine. Di l a poco lo avrei chiamato. Prima per dovevo chiudere la discussione con il mio socio, avvocato Tamanini.
Ripresi il discorso dopo avere riposto il mio cellulare.
"Vedi avvocato, adesso faremo cos. Stasera verso le nove ti farai trovare in piazza Ciardi, a pochi metri dalla sede di Gladio 18. Ti introdurrai nella loro sede e lascerai una valigia sotto la scrivania d'acciaio che troverai nell'ultima stanza di quella fogna. Quella valigia contiene una cosa per loro preziosa. Non sanno ancora che sar la loro fine politica e tu avrai la soddisfazione che cerchi".
L'avvocato era svelto di cervello e mi domand: "Perch non lo fai tu?". "Perch bisogna essere in due.", risposi come fossi un professore che spiega a uno studente ripetente, "Uno che si introduce e l'altro che sta all'ingresso a controllare la via. Tu entrerai dopo che Vissalm avr scassinato la serratura di ingresso. Lui far da palo. Dammi retta,  pi difficile dissimulare le reali intenzioni e palesare tranquillit facendo il palo che fare il facchino e portare una borsa". Non avevo ancora risposto al perch non partecipassi alla messinscena. Lo feci un attimo dopo.
"Io sar alla Global Security in compagnia dei capi sovranisti. Li inviter con la scusa di ragguagliarli sullo stato d'avanzamento di un'indagine che mi hanno commissionato, ritrovare la valigia che tu consegnerai al loro domicilio. Ci mi permetter di tenerli lontani dalla loro sede. Non ti preoccupare.", lo rassicurai, "Io far la mia parte ma anche tu devi fare la tua. Non ho altri uomini fidati oltre Vissalm. E per fargli lo scherzetto bisogna essere in tre".
L'avvocato annu convinto.
"La valigia contiene quelle fiale di ketamina e tu vuoi fare ricadere su di loro lo spaccio della sostanza?", chiese per avere la completezza delle informazioni.
"Esatto. Hai visto giusto", risposi telegraficamente.
Avevo ricavato per l'avvocato un ruolo da attore non protagonista, almeno nella versione che gli avevo confidato.
Non poteva immaginare che, secondo il mio progetto segreto, avrebbe invece guadagnato il centro della scena per il resto dei suoi giorni.
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23. UN FASTIDIOSO SENSO DI NOIA.
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"Da mezzanotte di stasera fino alle 13:00 di domani, 14 febbraio, allerta meteo arancione per rischio idrogeologico-idraulico e allerta arancione per i forti temporali. Domani, dalle 13:00 alle 24:00, allerta rossa per rischio idrogeologico-idraulico e forti temporali". Il Comune di Prato aveva diramato l'avviso che invitava alla prudenza, a chiudere le porte alla voglia di uscire. Mi inzuppai nel tragitto che separava lo studio I dell'avvocato dall'auto, parcheggiata di fronte a un negozio di un ottico che aveva certamente beneficiato della ristrutturazione urbanistica della zona della citt. Salii in auto e azionai il vivavoce. La telefonata con Vissalm fu breve per quanto particolareggiata nella descrizione di ci che avrebbe dovuto fare la sera stessa in compagnia dell'avvocato. Il sinto era uomo di azione e non aveva mai compreso il ruolo del socio della Global Security, avvocato Flavio Tamanini. Vissalm rispondeva a me e non fece domande rispetto all'incarico affidatogli per la serata. Telefonai un attimo dopo a Claudio Tamanini, anch'egli avvocato e cugino di Flavio. Residente e professionalmente attivo a Trento, l'avevo conosciuto qualche anno prima e mi aveva fornito l'appoggio per incastrare un truffatore noto a Prato, poich figlio del presidente dell'Ordine degli Avvocati. La notizia dello smascheramento del truffatore non varc le aule di un tribunale e non verg mai le pagine di un giornale. Cosa che accadde invece con la notizia dell'improvvisa dimissione del padre dalla presidenza dell'ordine professionale.
"Grazie avvocato, il suo aiuto sar indispensabile per la riuscita dell'operazione". Chiusi cos la telefonata, certo che il trentino sarebbe stato di parola e avrebbe fatto la propria parte.
La fila di auto sul sovrappasso del Soccorso, quartiere cresciuto in altezza durante gli anni Settanta, rallentava fino a immobilizzare la corsa lungo la tangenziale della citt. I tergicristalli spazzolavano il parabrezza senza riuscire a liberarlo dai rivoli della pioggia battente. Composi il numero del capo dei sovranisti, il datore di lavoro di Mariella. Avevo necessit di essere convincente per garantirmi la sua assenza e quella dei suoi sodali dalla sede di Gladio 18.
Squill a lungo. "Pronto", rispose.
"Sono Solimani della Global", dissi per presentarmi.
"S, ho visto. Mi dica", rispose iniziando con la formula del lei. Non credo che avesse paura di essere intercettato quanto piuttosto che fosse in compagnia. Fui conseguente a quello stimolo e decisi di rimanere sul vago, sul metaforico, certo che avrebbe capito il mio lessico.
"Abbiamo ritrovato il suo cane. Ha fatto molta strada ma non abbastanza perch non lo ritrovassimo", enunciai sbrigativo per dare la notizia che avrebbe attirato la sua attenzione.
" con lei?", mi domand.
"Purtroppo  scappato di nuovo ma siamo riusciti a ripulirlo di tutta la merda che aveva fatto in giro". Mi piaceva l'idea di parlare di un cane, allegorico, con un veterinario.
"Quindi non avete lui ma avete recuperato il resto?", azzard. Il veterinario stava debordando e le figure retoriche stavano cominciando a bisticciare tra loro.
"Venite stasera per le nove da me in ufficio. Vi far avere la prova dell'avvistamento del vostro cane e del lavoro di pulizia che abbiamo fatto. Toelettatura e spazzolatura. Adesso  pulito. La prego di venire con i suoi colleghi, tutti e tre, perch vorrei farvi vedere la nostra sede e come potremmo implementare la nostra collaborazione". Avevo necessit di averli tutti da me in ufficio, lontani dalla sede di Gladio 18.
"Mi conferma di essere riuscito a ripulirlo per bene?", disse.
Spinsi il piede sull'acceleratore, quel tanto che bast a muovere l'auto. La fila procedeva a passo d'uomo.
" pulito. Ve lo confermo. Ma credo che non sia pi interessato a scodinzolarvi quando vi vede. Posso contare sulla vostra presenza stasera?", insistetti.
"Verremo alle nove da lei. Ci fornisca le prove di quanto affermato". Sembrava risoluto nonostante l'ansia che immaginavo potesse agitarlo.
Uscii all'altezza della rotonda che immetteva nella via in cui esercitava XXX. Resistetti alla tentazione di andare a farle visita. Il ricatto a cui avevo sottoposto la prostituta prevedeva due visite mensili intorno ai giorni cinque e venti del mese, lontano da quel tredici febbraio che stava volgendo al termine ma che avrebbe riservato diverse sorprese a molti degli amici con cui avrei fatto baldoria prima del volgere al nuovo giorno. Dovevo inoltre essere lucido e pronto, cose che non sarebbero state garantite dal diversivo che avrei potuto pretendere da XXX.
Svoltai pi avanti, oltrepassata la porta di accesso al vecchio ospedale che l'amministrazione comunale aveva deliberato dovere essere abbattuto per l'edificazione di un parco urbano. Infine svoltai a sinistra, a met della via che avrebbe intersecato quella in cui aveva sede Gladio 18. Entrai in Chinatown, un quartiere brulicante di orientali, costituito da negozi, abitazioni, ristoranti, piccoli market di prodotti alimentari cinesi, parrucchieri e sale da t. Anche nella citt orientale dentro la citt gli abitanti, circa quarantamila secondo stime non ufficiali, non si erano riversati in strada per la pioggia tambureggiante. Attraversai parte del quartiere e parcheggiai in prossimit della trattoria Ravioli Li. Vi entrai dopo avere percorso la via nascosta dai retrobottega dei negozi di pesce e verdura che si affacciavano su quella di scorrimento del traffico automobilistico.
Mi fu riservato un tavolo appartato, quello che generalmente avevo occupato nelle innumerevoli volte che avevo frequentato il locale, vicino al bancone del bar su cui restavano in bella mostra i vasi in vetro contenenti liquori ambrati, contenuto che restava per di pi ignoto ai tanti avventori italiani ma che faceva sorridere le ragazze cinesi che vi si avvicinavano all'atto del pagamento del conto.
Mangiai del tofu piccante impreziosito da rag di carne, salsa di soia, peperoncini verdi e bacche di ginepro. Terminai la cena con una decina di ravioli al vapore, serviti negli appositi contenitori di bamb, al ripieno di maiale e sedano. Bevvi dell'acqua fredda, nonostante il clima e la temperatura esterna suggerissero bevande di altro tipo. Pensai a quanto fosse ancora forte il richiamo che l'alcol esercitava su di me. Pagai e mi incamminai verso l'auto. Aprii la bauliera e scattai un paio di fotografie alla valigia che avevo provveduto ad aprire per immortalarne il contenuto. Inviai le foto all'avvocato trentino. Arriv un messaggio whatsapp da Mariella: "Mi manchi. Domani saremo entrambi soli, e San Valentino sar triste come un rimpianto. Potremmo festeggiarlo come due cari amici, in attesa di un amore che potrebbe arrivare?". Come immaginavo, era arrivato il suo ripensamento. Provava a tornare alla carica, convinta che fosse impossibile che non provassi niente per lei e che avessi soltanto bisogno di tempo per lasciarmi andare, per accorgermi che il suo amore era, infine, contraccambiato.
"Non provo alcun rimpianto.", tagliai corto scrivendo un altro messaggio whatsapp, "Provo solo rimorso per il tempo perso rincorrendo un amore inesistente". Conclusi amaramente, provando un fastidioso senso di noia alla comparsa del segnale che Mariella aveva letto la mia risposta.
Inserii il suo numero nella cartella spam, di modo che non potesse disturbarmi in un momento cos delicato della mia indagine.
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24. L'ARTE DELLA GUERRA.
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Quando sei vicino fingi di essere lontano, mi sembrava che cos recitasse parte di una massima tratta da una raccolta di aforismi attribuiti a un generale cinese del quinto secolo precedente alla nascita di Cristo. Mi attenni a quell'insegnamento introducendo la discussione con i tre fascisti animatori delle ronde sovraniste a tutela di cittadini inermi e commercianti disperati. Il capo di Mariella, il veterinario che aveva inscenato il furto dell'ingente quantit di ketamina successivamente rubata dal cliente di XXX, non tradiva agitazione alcuna, a differenza degli altri due. Il pi disciplinato sedeva sulla poltrona posta alla sinistra del capo, di fronte alla scrivania. Aveva uno sguardo non esattamente intelligente, che poteva ricordare quello bovino di una bestia prossima al macello. Si torturava la base del mento su cui aveva lasciato crescere un pizzetto che poteva richiamare quello scolpito sul volto del fascista Italo Balbo, aviatore e ministro dell'aeronautica del Regno d'Italia durante il governo di Benito Mussolini.
L'altro, pi aggressivo, tradiva insofferenza nei miei confronti. Aveva ricordato, anche quella sera, come non si fidasse di me. Girava per il mio ufficio scrutando nella libreria e aprendo i libri che, dopo una sommaria lettura della quarta di copertina, rimetteva al loro posto.
"Marco Andreozzi  probabilmente oltre la frontiera del Brennero" -iniziai a dire. Quando sei vicino fingi di essere lontano, mi ripetei. Nel racconto che stavo illustrando ai tre sovranisti avevo spostato il ladro di ketamina nel nord del Tirolo, oltre i confini italiani. In realt stava decomponendosi in fondo a un laghetto distante un paio di chilometri dalla sede della mia agenzia di investigazioni.
Quando sei lontano fingi di essere vicino, continuava la massima del generale cinese di cui mi sfuggiva il nome cos come il titolo della sua opera giunta fino a noi resistendo alle distanze e ai secoli.
"Le cose che recava con s, sono state recuperate?", mi chiese il bovino con pizzetto fascista.
"Sono gi in nostro possesso, in una nostra succursale. Precisamente a Trento", risposi didascalico. In realt, se avevo ben calcolato i tempi
dell'operazione di Vissalm e dell'avvocato, la ketamina non era pi in nostro possesso ma si trovava nella sede di Gladio 18. Inopinatamente e a loro insaputa era tornata nelle loro disponibilit.
Il terzo uomo si avvicin alla terza poltrona, quella libera che avevo spostato di fronte alla mia scrivania. Si accomod tenendo un libro in mano, preso dalla mia libreria.
"Come facciamo a fidarci?", chiese il veterinario.
"Hai le prove di quello che dici?", ribad quello aggressivo.
Composi sul cellulare il prefisso telefonico di Trento in maniera che fosse visibile a ognuno dei tre. Azionai l'opzione vivavoce.
"Pronto", si sent dall'altra parte dell'apparecchio.
"Buonasera Claudio, sono Andrea. Sono qui con alcuni miei clienti; ti pregherei di rispondere alle domande che ti faremo". Sembravo calmo ma con quella telefonata mi stavo giocando la mia credibilit. E con quella anche il futuro della mia azienda.
"Certo capo", rispose il mio complice.
"Sappiamo dove sia il fuggitivo?", iniziai a chiedere come avevo stabilito con Claudio Tamanini.
"No.  verosimilmente nel nord Europa ora. O chiss dove", chiar.
"Abbiamo per recuperato il materiale che si portava dietro?", cercai di concludere.
"S,  qui da noi", rispose senza dilungarsi l'avvocato.
Sorrisi. Stavo per ringraziare quando il veterinario intervenne.
"Da dove sta telefonando?", domand.
L'avvocato tacque. Intervenni prontamente: "Il cliente vuole sapere da quale citt sei collegato".
"Da Trento", afferm preciso. Evidentemente la composizione del prefisso telefonico non era bastato a fugare i dubbi del veterinario.
"Mi d gli estremi del numero di telefono fisso da cui ha risposto?" -continu il veterinario che voleva fare i suoi controlli.
"Dai il numero, Claudio. I nostri clienti hanno necessit di essere sicuri dell'operazione che abbiamo fatto", intervenni.
"0461-32331", scand Claudio Tamanini.
Il bovino triste digit i numeri su un motore di ricerca e rassicur il suo capo. " un numero di telefono relativo a uno studio associato di assistenza legale.  in Trentino. Via Brennero, secondo le pagine bianche, a Trento".
" la sede legale della nostra succursale. A Trento non abbiamo servizi di vigilanza ma compiamo investigazioni per un gruppo di avvocati". La spiegazione che detti non abbass la tensione che si respirava nel mio ufficio.
"Vorremmo la prova che siate davvero in possesso del materiale che ci  stato sottratto", insistette il veterinario, mentre il pi iracondo dei tre non mi toglieva gli occhi di dosso. Era dall'inizio della telefonata che mi osservava e il fatto che io apparentemente non dessi importanza alla cosa non significava che ci non mi mettesse sotto pressione.
"Puoi mandarmi una mail con la prova di ci che affermiamo?" -domandai. "Mi dovrai dare qualche minuto per fare la fotografia che poi ti invier".
L'avvocato trentino aveva chiuso con un piccolo colpo di genio. Aveva lasciato intendere che non fosse in possesso della fotografia, che in realt gli avevo inviato dal parcheggio di Ravioli Li un'ora prima, e che la valigia con la ketamina non fosse nel suo studio. Ci rendeva tutta la faccenda molto pi credibile agli sguardi attenti dei tre sovranisti.
Scrutai i tre e verificato il loro assenso chiusi la comunicazione. Tutto era andato bene. Mi congratulai con me per avere scelto Claudio Tamanini come complice del raggiro. Era stato decisamente convincente, nonostante avessimo ordito il piano soltanto poche ore prima.
Attendemmo circa venti minuti, perch arrivasse la mail contenente la foto della valigia con la ketamina. I tre si rilassarono scambiandosi occhiate di intesa cariche di soddisfazione.
Il pi rabbioso mi rivolse la parola rompendo il silenzio con quella che, secondo lui, aveva il tono di una battuta di spirito. Mi mostr il libro che aveva sottratto dalla mia biblioteca e disse: "Questo naturalmente lo requisiamo noi". Era l'arte della guerra di Sun Tzu, il generale cinese che aveva ispirato il mio piano. Ironia del caso. Ci mettemmo a ridere tutti e quattro ma la mia risata aveva una ragione diversa dalla loro. Una ragione che li avrebbe seppelliti.
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25. L'IDENTIT VISIONARIA.
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I Sun Tzu, generale e filosofo cinese del quinto secolo avanti Cristo, afferm: "Come l'acqua traccia il suo corso secondo la natura del terreno dove scorre, cos il comandante pianifica la sua tattica vittoriosa in rapporto al nemico che ha di fronte". Il nemico che avevo di fronte era rappresentato da un gruppo di sovranisti che stavano mettendo a repentaglio la mia azienda di vigilanza e investigazioni. L'organizzazione delle ronde di cittadini aveva ricevuto l'autorizzazione da parte della Prefettura e gi da diverso tempo gruppi sempre pi numerosi di cittadini trascorrevano le proprie serate passeggiando per le vie del centro e dei quartieri San Giusto e Mezzana. I commercianti avevano cominciato a finanziare le attivit delle ronde, oramai organizzate nella forma di associazione, e al contempo avevano disdetto i contratti di fornitura di vigilanza della mia azienda. Il fenomeno aveva assunto proporzioni preoccupanti, al punto da mandare in crisi i bilanci dell'azienda. Il mio socio aveva adombrato l'ipotesi di fare entrare un terzo socio al fine di rifinanziare l'attivit della societ. Avevo infine scoperto che questo presunto acquirente era un sovranista, attivista e finanziatore delle ronde, che non aveva alcuna intenzione di entrare nella mia societ. Si era trattato di una manipolazione del mio socio, l'avvocato Flavio Tamanini, che aveva imprecisate velleit politiche da soddisfare. Non ne avevo approfondito la natura ma sembravano talmente radicate da giustificare la trama manipolatoria che aveva ordito per indurmi ad agire.
Avevo accompagnato i tre neofascisti a vedere la palestra dove si allenavano gli agenti della Global Security. L, proposi, avremmo potuto addestrare i cittadini che si stavano approcciando alla vigilanza volontaria delle ronde senza neanche i rudimenti della difesa personale. Ipotizzammo anche un po' di arti marziali, quel tanto che avrebbe innalzato il livello di autostima dei cittadini sovranisti. Sapevamo che non sarebbe stato consentito il possesso di qualsiasi arma ma li introdussi nella armeria dove mostrai anche la dotazione di teaser e di spray al peperoncino. Illegali i primi, perfettamente in linea con le norme nazionali i secondi. Mentre descrivevo l'utilit degli spray a schizzo, che
garantivano un miglior funzionamento e un minor rischio per l'utilizzatore, mi arriv il messaggio che aspettavo. Mi scusai con i tre ospiti, che lasciai giocare con le armi che avevo mostrato, e aprii il messaggio whatsapp che Vissalm mi aveva inviato. Le immagini del video che aveva effettuato risultavano chiare ed esaustive rispetto all'utilizzo che ne avrei fatto.
Mi scusai ancora con i miei ospiti per la necessit di un mio breve allontanamento ma non prima di averli condotti nel piccolo poligono di tiro che avevo allestito un paio di anni prima nel sottosuolo dei miei uffici. Li invitai a indossare gli occhiali e detti a ognuno di loro un'arma di piccolo calibro e delle cuffie protettive per le orecchie.
"Allora si fida di noi", disse l'incazzato con tono finalmente pi calmo.
"Certo.", dissi abbozzando un sorriso il pi possibile cordiale, "Spero che la fiducia sia reciproca".
"Direi di s.", ribatt, "Altrimenti: Bum!". Parl puntandomi la pistola. Non mi scomposi ma lo guardai come peggio non avrei potuto.
Presi le scale e raggiunsi il mio ufficio, voltandomi per accertarmi che nessuno dei tre mi avesse seguito. Li avevo piantati con un giochino che li avrebbe divertiti come bambini scemi e che mi avrebbe lasciato libero per qualche minuto.
Chiusi a chiave. Inserii il codice per l'apertura di una piccola cassaforte a muro. Estrassi un cellulare in cui avevo inserito una card anonima di fabbricazione svizzera. Le comunicazioni delle secure sim card non passano attraverso i provider internazionali ma attraverso network privati difficili da intercettare.
Composi il numero del vicequestore di Prato.
"Pronto", disse la voce di cui riconobbi il tono.
"Se vi interessa troverete quattromila fiale di ketamina nella sede di Gladio 18", dissi tutto d'un fiato.
"Chi cazzo sei?", replic. Non lo ascoltai e ribadii: "Correte, la porta  aperta. Una valigia piena di ketamina  nascosta nella sede di Gladio 18 in via Strozzi. Fate presto". Chiusi la comunicazione e spensi il telefono. Ne presi un altro e ripetei l'operazione cambiando il destinatario e il messaggio.
"Hanno scardinato la porta della sede di Gladio 18 in via Strozzi e
sono entrati i ladri. Correte", comunicai al centralino dei carabinieri. Ero certo che sarebbero accorsi.
Scesi di nuovo le scale e trovai i sovranisti intenti a sbagliare mira e a mancare il bersaglio.
"Occorrer prendere un po' di lezioni di tiro", dissi mentre accompagnavo i tre all'uscita della sede della Global Security.
Dal portone della mia azienda vedemmo partire diverse volanti della polizia dalla questura che si ergeva a qualche decina di metri da noi. Le sirene spiegate illuminavano le gocce di pioggia che continuavano la loro corsa verso l'asfalto madido della tangenziale.
Il capo si lasci sfuggire un commento. "Secondo me  una rissa tra magrebini e albanesi in centro. Un tentativo di furto di qualche zingaro o il borseggio di qualche nord africano. Speriamo che non ci abbia rimesso una delle nostre donne. Questa citt  appestata da questa feccia".
La citt, secondo me, era quello che era sempre stata. Una frontiera. Un passo avanti rispetto al resto della regione. I modelli produttivi e quelli sociali avevano sempre sopravanzato le tendenze, forse le avevano guidate. Tutto ci era sempre avvenuto senza che la citt ne avesse consapevolezza. Mancava una classe dirigente che sapesse leggere il presente. Le interpretazioni degli storici erano per loro natura viziate dal ritardo della lettura rispetto al concatenarsi e al susseguirsi dei fenomeni economici e antropologici. Amavo questa citt per la sua identit visionaria, a tratti camaleontica, su cui si dipanava il concatenarsi degli eventi oscillanti tra l'accendere il lume creativo dell'impresa e l'allungarsi delle ombre del malaffare.
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26. UNA CAMICIA PARTICOLARE.
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Mi ero adoperato affinch la notizia della perquisizione delle Forze
dell'Ordine alla sede dei sovranisti di Gladio 18 fosse nelle disponibilit dei tre quotidiani locali che si caratterizzavano per la puntualit nel diffondere le notizie tramite i propri siti e pagine social. Erano bastate tre telefonate anonime a tre giornalisti. Nel giro di poco la citt avrebbe saputo del ritrovamento della ketamina nella sede dei difensori dell'incolumit dei cittadini. Un'immagine rovinata, all'indomani dell'inizio della campagna elettorale, avrebbe rappresentato una partenza a handicap per coloro che, politicamente, avevano appoggiato lo spontaneismo delle ronde organizzate da Gladio 18.
La mattina successiva cominciarono ad arrivare i primi commenti sulla pagina facebook di Notizie di Prato. Molti tendevano a minimizzare il fatto, altri intravedevano nell'evento un palese tratto complottista, in diversi sospendevano il giudizio in attesa che le indagini degli inquirenti potessero portare alla luce la realt giudiziaria. Non pochi erano i commenti sguaiati che si rincorrevano tra insulti, declinazioni del verbo avere senza le necessarie 'h', congiuntivi inesistenti, riferimenti storici errati e banalit triviali. Gli elettori di sinistra si facevano riconoscere utilizzando l'indagine della polizia come dimostrazione della reale natura della destra sovranista, ovvero ipocrita e contigua con la criminalit. La confusione regnava sovrana anche tra i commentatori delle pagine social di TV Prato e Il Tirreno.
La notizia non avrebbe spostato un voto, era evidente. Per gli elettori che frequentavano i social anche il ritrovamento di un ingente quantitativo di droga non significava alcunch rispetto alla percezione che avevano della realt sociale e, quindi, della conduzione politica a cui affidarsi all'atto del voto amministrativo.
Sobbalzai nel leggere gli articoli che seguirono quelli iniziali, che erano stati scarni. Gli ultimi redatti, infatti, riportavano come nella sede di Gladio 18 fossero stati rinvenuti piani ed esplosivi che sarebbero dovuti servire per fare saltare in aria la moschea di Colle Val D'Elsa.
Il vicequestore aveva rilasciato una dichiarazione che avrebbe lasciato il segno nel dibattito politico assai pi della ketamina: "Si  potuto accertare l'organizzazione di una struttura qualificata e pronta per ogni evenienza, impegnata a dare vita anche ad azioni concrete".
Spensi il cellulare appena la segretaria del terapeuta mi invit ad entrare nello studio dove avrei provato a riordinare le idee. L'intenso lavoro degli ultimi giorni aveva tenuto lontano il senso oppressivo di fine che mi aveva spinto a cercare aiuto nella terapia dello psichiatra da cui mi ero recato. Era la terza seduta quella che stavo per intraprendere e non sapevo se tutto quel guardarmi dentro avrebbe determinato lo sciogliersi dei nodi scorsoi che mi toglievano il fiato e, con quello, la voglia di vivere.
Ci stringemmo la mano e ci accomodammo sulle rispettive poltrone. La luce sul comodino era accesa e la tenda pesante, dietro le mie spalle, chiudeva lo sguardo verso una finestra che immaginavo bagnata dalla pioggia, ancora protagonista indiscussa di quelle giornate invernali.
Parlammo del mio alcolismo e, senza che abbia ricordo di come avessimo introdotto l'argomento, ci ritrovammo seduti al bancone del pub immaginario su cui mi ero accasciato infinite volte.
"Il consumo di bevande alcoliche risale a tempi antichissimi", disse tranquillo. Spost lontano nel tempo il mio problema e lo dilu accomunandolo a quello di tanti altri che, per altro, erano stati le colonne su cui si era costruita la civilt occidentale.
"Gi in epoca preistorica erano note le propriet analgesiche ed inebrianti dei liquidi di fermentazione. Le varie forme di alcolismo prendono avvio dal cosiddetto bere somatico che consiste nel ricorrere all'alcol per lenire i pi svariati disagi psichici e fisici". Conoscevo la storia ma mi piaceva che la esponesse per me.
"Questa tendenza pu determinare l'instaurarsi di un circolo vizioso, in cui il sollievo sperimentato in seguito all'assunzione dell'alcol porta a ricorrervi nuovamente al ripresentarsi degli stessi disagi e difficolt. Un circolo vizioso su cui si incardina la dipendenza".
Il terapeuta aveva fatto riferimento al mio disagio psichico e, al contempo, lo aveva inserito in quello pi articolato e composito di un'intera civilt. Non ero abituato a dare colpa alla societ dei guai che colpivano i suoi individui. D'altra parte avevo chiaro che la societ fosse qualcosa in pi della semplice somma degli individui che la costituivano.
"L'ansia", cominciai a dire volendo esporre la mia teoria, "o pi correttamente l'angoscia,  stata spesso la mia compagna di sbronze". Citai cos il titolo di uno scrittore americano, noto ubriacone. "Ho sempre sofferto l'individualismo e la competizione. Bevevo per gestire l'ansia che avevo nello stabilire relazioni con le persone. Le donne in particolare". Continuai confessando a me per primo, e per la prima volta nella mia vita, un altro tra i disagi che vivevo sottopelle.
"L'incertezza della mia esistenza mi toglieva fiato, a pensarci bene. Con l'alcol combattevo l'angoscia di dovere conquistare quel pezzetto di mondo che le circostanze sembravano potermi negare. Con l'alcol, mio simpatico e allegro compagno, potevo lasciarmi andare sostenendo cene e incontri, discussioni e serate divertenti nei locali della piana toscana".
Mi feci tenerezza. Ripensai a quelle mie paure, al senso di inadeguatezza, alla mia voglia di esserci e di esistere.
Provai a pensare se fosse possibile amare quello che ero stato, cos fragile e duro, esorbitante ma instabile, come un gigante di pietra che appoggiava il proprio peso su piedi di argilla.
La mia vita era stata inibita nei suoi movimenti dalle oscillazioni di un pendolo, da un lato l'angoscia e dall'altro l'alcolismo. Parlai di entrambi utilizzando una metafora che credetti chiarire bene l'idea. Angoscia e alcolismo erano i lembi di una camicia particolare, in cui mi ero annodato con la mia vita solitaria.
"Una camicia di forza da cui sto provando a liberarmi", conclusi.
Il terapeuta annu.
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27. IL LIMITE INVALICABILE DEL VERO.
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L'appiattimento della vita affettivo-volitiva e cognitiva  conseguenza o causa dell'abuso alcolico? Questa fu la domanda che mi pose lo psichiatra prima che la sua ora scandisse l'ultimo minuto, quello che, fin dalla prima volta, avevamo dedicato ai saluti.
Il fatto che i sentimenti di inadeguatezza preesistono all'alcol, mi pareva acclarato. La mia sobriet ne era la prova. La mia vita affettiva era decisamente avulsa da qualsiasi scossone. L'idea di una relazione non mi determinava nessuna preoccupazione, in realt la escludevo a prescindere dalla possibilit che si verificasse. Se per la psicologia contemporanea lo spettro ansioso e quello depressivo predispongono all'uso di alcol, per Freud il bicchiere era lo strumento regressivo per la ricerca della gratificazione infantile dell'allattamento, il piacere legato al calore e alla pienezza gastrica di quell'esperienza neonatale si rinnova, a suo dire, con la gradazione alcolica del liquido ingerito. Le preoccupazioni arretrano e si affievoliscono, pensai.
In realt la riflessione sulla maledizione del santo bevitore mi aveva portato ad esprimere altre e pi tragiche considerazioni. L'alcol, ne ero certo,  lo strumento pi formidabile per garantirsi la riuscita del suicidio.  vero che si tratta di un suicidio dilazionato ma la funzione autodistruttiva  pressoch certa e certamente garantita.
E ancora si beve, stavo leggendo su un testo di psicologia cognitivista che avevo ricevuto in prestito dal terapeuta, per lenire i sensi di colpa derivati dagli inconsci sentimenti aggressivi nei confronti dei genitori, dal cui comportamento il soggetto  stato frustrato o disilluso.
Fui distratto dalla vibrazione di una telefonata in arrivo. Notai il nome sul display. Lasciai che la vibrazione compisse il suo ultimo tentativo e non risposi. Mariella aveva cercato di rilanciare la sua proposta di relazione a cui non volevo dare speranza, neanche fosse stata generata da uno scambio di saluti, senza seguito, al cellulare. Preferii riprendere la lettura del testo cognitivista.
Ero in una delle tante sale della biblioteca cittadina. Ricavata nei locali di una ex fabbrica, completamente rimodernata e adattata alle esigenze di una biblioteca importante, contava oltre centoventimila libri collocati tra gli scaffali e altrettanti erano stipati nei depositi.
Mandai un messaggio a Vissalm, mio collaboratore. A lui avevo affidato l'incarico di scoprire se la morte del mio amico Lupo Forlai fosse imputabile al cancro che gli aveva aggredito il pancreas o, come riteneva possibile Ersilia Coppola, fosse dovuta all'intervento assassino di qualcuno che aveva avuto fretta di vederlo disteso in una bara. Infatti era certo che i giorni di vita per Lupo non fossero molti per quanto il destino e la malattia avevano stabilito per lui.
Ripensare al mio amico, cremato al cimitero di Livorno, mi riport alla mente il tema oggetto della psicoterapia appena conclusa.
Avevamo postulato che l'alcolismo fosse una sorta di suicidio programmato, dilazionato nel tempo ma in qualche misura organizzato.  forte nella cultura occidentale l'idea che una malattia come il cancro possa essere combattuta con la medicina cos come con la forza di volont. Odiavo l'idea che qualcuno potesse paragonare il mio amico a un guerriero senza temerariet, arreso di fronte alla malattia, non perch questa fosse invincibile ma perch non combattuta con destrezza e indomabile coraggio. La malattia non  un nemico con cui duellare, ritengo convintamente. La retorica del cancro invece prevede una possibilit di vittoria soltanto se si lotta, se non ci si arrende. Se si mostra carattere e forza, dicono le diffuse credenze popolari nell'era di facebo ok, l'esito potrebbe essere positivo, un salto verso la vita spiccato brandendo l'asta dell'indomita volont. Ci rende offensiva la considerazione che colpisce chi invece soccombe al male. Con il sopraggiungere della morte, secondo la mia visione, nessuno cede all'invincibile resa.  scaturito, piuttosto, un esito diverso rispetto all'agognata guarigione.
Di tutto questo ne avevo parlato diffusamente con il mio amico, in uno degli ultimi incontri che avemmo a casa sua. Lo ricordavo ancora perfettamente.
"Mi sarebbe piaciuto scegliere il mio momento invece che subirne uno a caso, determinato dalla decisione di cellule che, impazzite, rincorrono la propria fine". Era grigio di aspetto e di umore. Non potevo dargli torto, n mi sentivo in vena di tentare di sollevargli il morale. Pensavo che avesse il diritto di disperarsi e di bestemmiare. Era dalla parte oscura del mondo, quella abitata da chi soffre. Non avevo nessuna intenzione di calmare il suo animo. Fu lui invece a virare altrove, tralasciando i discorsi di morte a un momento diverso. Cos riprese a parlare. "Non ho mai risparmiato il cuore, piuttosto. Ho amato allo spasimo tante volte, e sempre donne diverse. Non mi sono mai assopito su una relazione che fosse rassicurante al punto da trasformarla in un matrimonio. Come generalmente  rassicurante,  un'analogia che faccio spesso, il manicomio per coloro che si credono sani e che hanno terrore dei matti e della follia in genere".
Mi divert l'immagine; la figura retorica del manicomio come simbolo di cura e di protezione per i sani e luogo di contenzione per i folli rendeva perfettamente l'idea.
"Cosa resta di un uomo dopo che muore?", reintrodusse il tema, "A parte un letto intriso di umori e l'odore stagnante di decomposizione nella stanza, cosa resta?"
Non sapevo cosa rispondere. Ero certo di avere compreso i meccanismi del mondo. Il mio problema era che non riuscivo pi a sentirlo e in quel momento non avrei neanche trovato le parole per descriverlo.
"C' gente, oggi, che vive facendo il sosia di sconosciuti. Il conformismo  la regola che determina la nostra relazione con gli altri.", continu senza tradire rabbia, "La nostra  una generazione perduta, che ha visto sgretolarsi i capisaldi della civilt per cui avevamo provato a lottare. Non vale niente valere qualcosa, non  questo che ci permetter il salto di qualit verso un'umanit pi...", gli mancarono le parole, "...pi umana". Bestemmi. Senza ritegno n paura. "Non riesco a fidarmi di nessuno, se non di te". Mi guard intensamente. Cedetti al suo sguardo di cui avevo paura a decifrarne il senso. Provai a cambiare registro.
"Sbagli valutazione.", ironizzai senza troppa convinzione, "Neanche io mi fido di me. Ho assoldato un investigatore privato per pedinarmi".
"Ho da chiederti una consulenza, forse un favore", mi confid.
Circostanzi il tutto in breve tempo.
In poche parole, con argomenti scarni e senza digressioni, mi chiese consiglio e mi convinse ad organizzare una messinscena per andare oltre il limite invalicabile del vero.
Accettai senza replicare.
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28. ERO RIMASTO SOLO.
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Il mio collaboratore sinto, Vissalm, era arrivato alle mie spalle mentre ancora ripensavo a Lupo. Il mio amico era oramai conscio della propria malattia e dell'ineluttabilit dell'esito: "Se preso in tempo, uno su cinque ce la fa.", mi confid, "Il mio non  preso in tempo e ho paura di essere uno degli altri quattro".
Salutai Vissalm a voce bassa e lo invitai a seguirmi al piano terra della biblioteca. Uscimmo dall'edificio e ci dirigemmo verso un autobus rosso a due piani, in stile inglese, parcheggiato nel cortile e adibito a bar. Ordinai due caff e pagai le consumazioni. Bevemmo in silenzio sotto il tendone del bus, sufficiente per ripararci da una pioggerellina che cadeva lieve, quasi impalpabile.
Il sinto non proferiva parola e, gettato il bicchierino di plastica, accese una sigaretta.
"Novit?", chiesi.
"C' fibrillazione in citt per la questione di Gladio 18. Stamani agenti della Digos sono passati dall'ufficio e mi hanno fatto un sacco di domande. Mi hanno chiesto anche di te, per quale motivo ti fossi avvicinato a Gladio 18. Sicuramente c'era qualche infiltrato alle riunioni a cui hai partecipato e ti avranno notato", mi spieg preoccupato.
"Sempre che non avessero messo la sede sotto controllo con i dispositivi per le intercettazioni ambientali e non ci abbiano intercettato. Tutti quanti...", replicai, vedendo Vissalm annuire.
Avevo fatto l'errore di non considerare l'ipotesi che Gladio 18 fosse controllata dalla polizia politica. Le microspie possono essere nascoste nelle pi svariate posizioni, nelle prese della corrente, nelle lampade da tavolo, negli orologi da parete. Gli ultimi eventi, concitati, non mi avevano permesso di organizzare con cura il piano. Adesso tutto era a rischio per la superficialit con cui mi ero mosso. Ci che giocava a nostro favore era il tempo gi trascorso dalla sera prima, ovvero dal ritrovamento della valigia di ketamina nell'ufficio dei sovranisti.
"Forse hai ragione tu.", rassicurai Vissalm, "Dalla soffiata a ora sono gi passate sedici ore e se ancora non ci hanno arrestato vuol dire che la Digos si era solo infiltrata nei gruppi delle ronde, senza posizionare microcamere e dispositivi acustici nella sede dei fascisti".
Era probabile che avessi ragione ma ci non aveva ridotto la portata dell'errore, la leggerezza che avevo compiuto. Vissalm sembrava esserne consapevole. Si era fidato di me e soltanto la mattina successiva aveva scoperto quanto avesse rischiato partecipando alla costruzione di una falsa prova di colpevolezza ordita contro i sovranisti di Gladio 18.
Mi consegn il cellulare e una busta grande, un formato A4 ripiegato in due, che aveva estratto dal proprio borsetto in pelle.
"Nel cellulare hai la prova dell'intromissione dell'avvocato Tamanini con la valigia dentro la sede di Gladio 18. Ho ripreso molto bene l'ingresso e l'uscita del tuo socio perch in quel tratto di strada la luce dei lampioni  forte", riprese.
Era il video che mi aveva inviato la sera prima mentre tenevo impegnati i tre tipi di Gladio 18. Quel video aveva rappresentato il via libera per procedere con la soffiata. Al tempo stesso era un'arma di ricatto straordinaria per tenere sotto controllo l'avvocato mio socio.
Lo interruppi. "Se ne  accorto?"
"Certo.", rispose, "Ha pure cercato di comprarmi".
"Quanto ti ha offerto?", chiesi calmo.
"Diecimila".
Immediatamente chiamai il mio ufficio e parlai per pochi secondi con la segretaria senza farmi ascoltare dal sinto. Poi tornai a lui.
"Quando abbiamo finito puoi passare dall'ufficio e chiedere il panettone alla segretaria", gli comunicai.
Tenevo del nero a disposizione, nascosto in una cassaforte di cui conoscevamo l'esistenza soltanto la mia segretaria ed io. Pensai che quindicimila euro potessero bastare per ripagare il mio collaboratore della fedelt dimostrata.
Vissalm non sembr particolarmente colpito dalla notizia. Prosegu, quasi dovesse portare a termine un colloquio che sembrava pesargli particolarmente. Introdusse la relazione sulle indagini sulla morte di Lupo.
"Ho seguito il tuo consiglio, dopo avere cercato invano nella vita della Coppola. L'amante di Lupo ha una vita comoda. Il divorzio dal
marito e il buon impiego le consentono di non avere preoccupazioni. Le ho fatto visita anche a casa. Naturalmente mentre lei non cera e la domestica era a sporgere denuncia per il furto della propria borsa". Mi allung le chiavi di un appartamento che immaginai fosse quello dell'amante di Lupo.
"A casa ho controllato tra le sue carte e dall'estratto conto non risultano particolari movimenti".
Accese un'altra sigaretta. Fece un paio di tiri e continu.
"In realt non sapevo cosa cercare se non qualcosa che mi potesse dare nell'occhio, suggerire una pista da seguire. Invece niente.", ammise scuotendo il capo, "Poi, come ti dicevo, ho seguito il tuo consiglio e ho approfondito l'indagine sul figlio e sui suoi viaggi. Ho ricontrollato tutte le notizie che avevamo su di lui e ho setacciato ogni suo spostamento. Compreso quello relativo al viaggio in Svizzera". Indic la busta che mi aveva appena consegnato e aggiunse: "Ho trovato qualcosa, forse una chiave interpretativa per dare una svolta alle indagini su chi [possa essere l'assassino di Lupo. Nella busta ce un indizio, una traccia da seguire...". Sospese la frase brevemente e riprese con fermezza: "Soltanto che non la seguir io".
Lo guardai interrogativo. Vissalm prosegu.
"Capo, credo che prender un periodo di aspettativa abbastanza lungo. I miei cugini al campo del Poderaccio di Firenze hanno un sacco di problemi con le autorit locali. Ci si  messo anche il sindaco amico del ragazzetto di Rignano a rompere i coglioni.", disse mostrandosi abbastanza alterato, "Vorrebbero sgombrare tutto con la ruspa, come quell'altro invasato del Nord. Loro hanno bisogno di me e io ho bisogno di stare via per un po' di tempo", concluse con semplicit, stringendosi nelle spalle.
Ci lasciammo senza sentire la necessit di salutarci con una stretta di mano.
Guardai le mie, invecchiate. Ebbi l'impressione che fossero grigie e appiccicose, sporche.
Vidi Vissalm varcare il cancello del cortile della biblioteca e sparire dietro l'angolo, oltre le mura vecchie della citt. Ebbi la sensazione che qualcosa stesse finendo e avevo una sola certezza.
Ero rimasto solo.
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29. UN ATTO IRRIGUARDOSO VERSO LA COMUNIT.
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Avevo trascorso i giorni successivi senza andare in ufficio. Mi ero informato se Vissalm fosse passato da l e avesse incassato il premio promesso. Il sinto aveva riconsegnato la pistola e aveva salutato la segretaria, apparentemente soddisfatto per l'entit della somma che gli era stata consegnata a mano. Avevo inoltre telefonato allo studio del terapeuta, chiedendo di rimandare l'appuntamento. Avevo detto che non stavo molto bene e ne avevo fissato un altro nei giorni successivi.
Ero per lo pi rimasto in casa, a fare finta di riordinare la mia discoteca e a rileggere un paio di libri a cui non avevo prestato l'attenzione che meritavano. Il primo era Memorie di un bevitore di Jack London. Avevo trascurato, in passato, la parte centrale del romanzo, quella pi descrittiva e avventurosa. Ne apprezzai il vasto respiro e mi feci guidare verso la fine, apprezzando pienamente gli esiti e le riflessioni conclusive. Il secondo era una raccolta di racconti di Raymond Carver. Apparentemente minimalista, raccontava i sussulti dell'anima dei protagonisti, descrivendo le azioni, anche banali e apparentemente poco significative, con minuzia introspettiva. "La cattedrale", racconto che dava il titolo alla raccolta, mi lasci senza fiato e ringraziai il destino per avermi fatto incontrare un autore cos profondo da guidare mano, cuore e occhi sulle peculiarit di un'umanit particolare, per quanto ordinaria.
L'arricchimento che mi confer la letteratura non mi distolse dalle mie esigenze materiali. Il giorno venti del mese andai a riscuotere il mio premio da XXX. Non scambiammo che monosillabi ma rispett il contratto, senza opporre resistenza. Riallacciandomi la cintura dei pantaloni mi sembr di intravederla asciugarsi una lacrima. Immaginai fosse dovuta alla rabbia pi che alla disperazione. Non chiesi nulla. Non mi interessava niente di lei e il contratto non prevedeva scambi diversi da quelli banalmente sessuali.
Avevo invece evitato qualsiasi confronto con il mio socio, anch'egli sotto ricatto. L'avvocato aveva capito che ero in possesso di un filmato che lo avrebbe potuto rovinare, qualora lo avessi reso pubblico o trasmesso in procura. Avevo per avuto notizia che negli ambienti politici moderati fosse cominciato a circolare il suo nome come capolista di I una compagine politica che si sarebbe presentata alle elezioni.
L'esito delle elezioni sembrava, peraltro, scontato. Lo scandalo della presenza di esplosivi per compiere attentati terroristici presso le sedi di Gladio 18, associazione vicina alla destra locale, sembrava preludere alla riconferma della sinistra in citt.
Avevo infine trovato le parole per frustrare le aspettative della dottoressa Coppola. "Non sappiamo pi dove guardare. La vita di Andrea  un casino ma non traspaiono n interessi n occasioni che abbiano potuto determinare la morte del padre", mi ero limitato a dire.
Non ebbi neanche la sensibilit di esprimere il rammarico per non essere riusciti, fino a quel momento, a trovare una via nuova da percorrere. Avevo per altro preferito non accennarle alle ipotesi che mi aveva adombrato Vissalm.
La busta che il sinto mi aveva consegnato nel giorno del suo congedo continuava a rimanere ripiegata nella tasca della mia giacca. Non avevo sentito la necessit di aprirla.
Avevo infatti distolto l'attenzione dalla busta in svariate circostanze. Avevo cercato scuse per allontanare il pi possibile il momento in cui I sarebbe stato necessario, non pi rinviabile, aprirla e leggerne il contenuto.
Immaginavo che in quei fogli avrei potuto trovare l'identit dell'assassino del mio amico Lupo e trattavo quell'eventualit con estrema ritrosia. Avrei preferito che tutti potessimo ricordare, io per primo e in via definitiva, la fine del mio amico per cause naturali, per malattia, e non per mano di un assassino. Vissalm, invece, era stato chiaro anche se non esaustivo. Ricordavo bene che aveva parlato di una nuova possibile pista da seguire per riportare alla luce i termini con cui si era conclusa la vita del mio amico.
Dopo circa quindici giorni di pioggia ininterrotta la giornata si era aperta e tra le nubi grevi si intuiva la presenza di un cielo che spingeva per manifestarsi.
Indossai la giacca blu e cercai nelle tasche le chiavi dell'auto e del mio appartamento. Mi ritrovai la busta di Vissalm in mano e decisi di trasferirla nel mio zaino.
Era arrivato il giorno a cui avevo rimandato l'appuntamento con il terapeuta ma, prima di incontrarlo, mi sarei visto con la dottoressa Coppola.
Prendemmo un caff al bar che si affaccia sulla piazza in cui l'imperatore Barbarossa edific il proprio castello. Un forte in pietra, per la verit, che ancora troneggia nel centro cittadino.
Non riuscimmo a scambiarci molte parole ma quelle della dottoressa furono particolarmente significative.
"Chiunque abbia anticipato la morte di Lupo non ha semplicemente trasgredito la legge. Se si  trattato di un suicidio assistito, l'esecutore non si  limitato a infrangere il contratto sociale per cui, almeno per la nostra cultura, l'eutanasia  ancora un tab.", attacc, spostando la tazzina del caff alla propria sinistra, lungo il tavolino che avevamo occupato all'esterno del locale, "L'assassino di Lupo ha compiuto un atto irriguardoso verso la comunit che si era stretta intorno a lui. All'insaputa di ognuno di noi ha ucciso il nostro caro e lo ha fatto garantendosi l'anonimato, coperto dalla menzogna. N io, n te, n altri sapremo mai quale sia stata la vera fine di Lupo, se ucciso dalla malattia o da un'iniezione. N conosceremo mai per quale motivo sia morto. Nessuno di noi lo sapr mai. Solo lui, l'assassino, avr conoscenza della verit sulla sua morte".
Le parole della dottoressa Coppola mi lasciarono senza replica.
Ci salutammo dirigendoci in direzioni opposte.
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30. L'ULTIMA VERIT SULLA MORTE.
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Il professore mi fece accomodare. Mi aveva accolto sulla soglia dello studio dove effettuava la psicoterapia e mi aveva lasciato il passo verso il centro della stanza. Mi ero soffermato in prossimit della poltrona su cui mi sedevo abitualmente ma ero tornato indietro, all'altezza della porta d'ingresso. Mi ero quindi svestito del giaccone invernale e, prima di riporlo sull'attaccapanni in ferro battuto, avevo sfilato la busta di Vissalm dalla tasca.
Avevo finalmente rotto l'incantesimo. Ero pronto a guardare nel profondo della verit sulla morte di Lupo.
Feci qualche passo verso la poltrona e infine mi lasciai cadere sul cuscino della seduta. Mi tremavano le gambe.
Il terapeuta non tradiva nessuna emozione, se non l'attesa.
Ebbi un brivido di freddo quando ebbi conferma di ci che immaginavo fosse il contenuto della busta di Vissalm.
Una lista di nomi e cognomi di sconosciuti, non in ordine alfabetico, venivano accompagnati da numeri progressivi. Riconobbi nella prima delle tre pagine quello di Andrea Forlai. Era la lista dei passeggeri di uno dei voli che avevano portato il figlio di Lupo in Svizzera.
Vissalm aveva cercato bene dopo il mio suggerimento, anche dove generalmente non ci si aspetta di trovare niente, e l era incappato nelle risposte per le quali la dottoressa Coppola mi aveva contattato.
Girai la pagina e scorsi i nomi stampati nel secondo foglio senza ravvisarne di conosciuti.
Avevamo ipotizzato che il figlio di Lupo potesse avere ucciso il padre per intascare l'eredit e saldare i propri debiti di giocatore. Avevamo per scoperto che i beni di Lupo erano immobilizzati e quindi indisponibili nell'immediato. Avevo anche provato a immaginare il giovane, mosso a piet, determinare la morte del padre utilizzando il kit per il suicidio assistito acquistabile, al mercato nero, in Svizzera ma ci rendemmo conto che i suoi viaggi in quel paese erano dovuti ai trattamenti di disintossicazione dalla dipendenza da gioco.
Girai la seconda pagina e lessi immediatamente il nome evidenziato sull'ultima.
Sentii su di me calare la cappa pesante della confusione mentale. La verit era l, palese, stampata nella lista di un volo di linea per Zurigo. La verit aveva un nome e un cognome, era evidente in tutta la sua tragicit. Non riuscivo a mettere insieme i pensieri tanta era l'agitazione. Mi caddero le braccia in un segno di resa e al tempo stesso di sollievo.
Il terapeuta entr nel mio disorientamento offrendomi un bicchiere d'acqua.
"La ringrazio", mi limitai a dire.
Me ne porse uno riempito per tre quarti.
"Posso conoscere la ragione del suo turbamento?", mi spron non appena si rese conto che mi stavo riprendendo.
"Credevo di non essere pi in grado di provare emozioni e affetti. L'ho creduto fino a qualche attimo fa". Bevvi un altro sorso. L'acqua mi dava conforto e continuai: "Ho smarrito il mio senso civico, la mia passione politica. Ho a cuore soltanto le sorti della mia azienda della quale mi interessa solo l'aspetto economico, per l'agiatezza che mi concede. Non ho relazioni significative con donne, n amici particolari con cui confrontarmi. Questo credevo, almeno fino a poco fa".
"Poi cosa  successo?", mi chiese apertamente il terapeuta.
"Sono successe tante cose in quest'ultimo periodo, decisamente tante cose", affermai pensieroso. Partii dalla fine, dall'incontro con la dottoressa Ersilia Coppola avuto alcuni minuti prima. Raccontai come questa avesse aperto uno spiraglio sul caso pi difficile che avessi mai affrontato nella mia carriera investigativa, ovvero il caso della morte del mio caro amico Lupo.
Precisai un passaggio del ragionamento dell'ex amante di Lupo. Secondo Ersilia Coppola l'assassino non aveva semplicemente ucciso Lupo. L'assassino si era macchiato di un crimine peggiore, aveva impedito a chi lo aveva amato di conoscere la verit sulla sua morte.
Ripetei le parole della donna: "N io, n te, n altri sapremo mai quale sia stata la vera fine di Lupo, se ucciso dalla malattia o da un'iniezione. N conosceremo mai per quale motivo sia morto. Nessuno di noi lo sapr mai. Solo lui, l'assassino, avr conoscenza della verit sulla sua morte".
Il mio interlocutore sembr dissentire.
"Deve essere un'amara consolazione per l'assassino essere l'unico a potersi fregiare della realt dei fatti". Tir con un gesto secco e prolungato la propria cravatta davanti a s e prosegu. "L'assassino, superata la fase caotica dell'omicidio, inizia a sentire un profondo senso di angoscia, di disagio interno e spesso pu sviluppare dei veri e propri sensi di colpa. Tutto ci lo porta a vivere la solitudine per ci che non pu essere confessato, pena la condanna e il carcere.  comunque una posizione psicologicamente scomoda".
Il professore sembrava certo dell'importanza di ci che stava avvenendo nel suo studio. Per la prima volta avevo mostrato emozioni e avevo ammesso come plausibile l'ipotesi che ne potessi provare di diverse dall'ostentata e insopportabile depressione.
"Vada avanti", mi spron.
Raccontai gli eventi relativi all'indagine che il mio collaboratore Vissalm aveva condotto. Per ognuno degli eventi, o per lo meno per quelli che reputammo pi importanti, provai a ricostruire le sensazioni e le emozioni che ricordavo di avere provato. Ammisi senza problemi la profondit dell'affetto che provavo per il mio amico Lupo e di come quella fine avesse potuto accelerare il processo di chiusura a ogni altro affetto, come fosse una forma di reazione, un bisogno di difesa dal provare sentimenti. Infine, dichiarai che le mie ricerche si erano concluse, che il nome dell'assassino era finalmente e chiaramente di fronte ai miei occhi, stampato tra i tre fogli di un elenco che avevo in mano. Sapevo che non mi sarebbe pi sfuggito.
La terapia stava volgendo al termine. Il terapeuta prov a restituirmi alcune immagini, alcune ipotesi interpretative su cui lavorare.
"Il blocco emotivo pu essere una cosa positiva perch ci protegge da una situazione che consideriamo potenzialmente pericolosa. I blocchi emotivi si strutturano a seguito di eventi traumatici che la nostra psiche non  ancora in grado di affrontare. Il blocco emotivo permette di rimandare il confronto con le cause del trauma a quando ognuno di noi sar pronto ad affrontare i propri sentimenti. Per se il blocco emotivo dovesse permanere troppo a lungo, ecco che potrebbero svilupparsi il senso di colpa, la rabbia, la paura, la tristezza, la negazione della realt, la resistenza ad accettarla per come . A un certo punto i processi di individuazione psichica devono fare il proprio corso e manifestarsi per potere tornare a vivere liberamente".
Rimasi in silenzio fintanto che l'imbarazzo convinse il terapeuta a fare la domanda che aleggiava e che rischiava di rimanere a lungo tra le cose non dette.
"Mi faccia capire perch oggi  cos agitato", disse gentilmente.
"Che nome c' su quei fogli che l'ha tanto sconvolto? Mi sembra di avere capito che lei sia certo che ci sia il nome di chi  andato in Svizzera per acquistare il kit per il suicidio assistito. Lo stesso che ha aiutato il suo amico a morire".
Continuavo a tacere.
"Crede che trover giovamento nel farmelo leggere?".
Mi sentivo sconfitto, esausto ma alleggerito.
Porsi la lista al terapeuta, indicando il nome in questione.
Avevo tentato, pensai, di tenermi al riparo dall'indagine sulla morte di Lupo, ma non mi ero potuto sottrarre agli esiti di quella condotta da Vissalm a cui avevo suggerito, infine, la pista che avrebbe portato alla soluzione del caso. L'investigazione del sinto aveva raccolto la mia imbeccata e aveva trovato il nome giusto sulla lista dei passeggeri. Seppure a distanza, avevo coordinato le ricerche fino a quella conclusione che reputavo inevitabile ma intollerabile e di cui avevo orrore.
Il terapeuta alz gli occhi dalla lista che, tremando, teneva tra le mani. Il suo contatto visivo diretto mi consegn uno sguardo sgranato e impaurito. Deglut per riprendere la parola.
"Questo evidenziato  il suo nome: Andrea Solimani", afferm il terapeuta.
"S", confermai.
S, ero andato io in Svizzera ad acquistare il kit della buona morte. S, ero stato io, successivamente, a dare la morte a Lupo, offrendogli ci che aveva definiti "consulenza e favore", in un momento in cui la moglie lo aveva lasciato solo a casa. S, avevo nascosto io l'omicidio, costruendo un reticolo di false piste con cui imbrigliare l'indagine a cui avrei voluto sottrarmi. S, avevo occultato io a tutti, perfino a me stesso, la versione oscena dei fatti. S, infine, avevo ceduto io alla necessit di dare un nome all'assassino consegnandomi nelle mani del mio collaboratore pi fidato che avrebbe potuto cedermi alla polizia, come avrebbe potuto decidere di lasciarmi in bala della mia coscienza.
Quello che una banale lista indicava non era l'elencazione di nomi di passeggeri sospettati di omicidio. Era la fotografia del mio tormento che non sarebbe mai stato mitigato da un'idea di eutanasia misericordiosa. Era il biglietto di sola andata verso il mio senso di colpa. Ed era, soprattutto, l'ultima verit sulla morte.
...
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FINE.